A cura di Giuseppe Monno

Atti 3,13
“Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri, ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo.”
Queste parole di san Pietro, pronunciate al portico di Salomone dopo la guarigione dello storpio, rivelano la profondità del mistero cristologico. L’apostolo chiama Gesù “il servo di Dio”, espressione che, a prima vista, potrebbe sembrare in contrasto con la fede nella divinità di Cristo. Tuttavia, nella luce della Rivelazione, questa formula esprime l’unità del mistero dell’Incarnazione: Gesù è insieme vero Dio e vero uomo.
Gesù “servo di Dio” secondo la sua natura umana
Quando Pietro parla del servo di Dio, egli si riferisce a Cristo nella sua condizione umana. Il Figlio eterno del Padre, assumendo la nostra natura, ha preso la forma di servo:
“Pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2,6-7).
Questo abbassamento volontario — la “kenosi” — non diminuisce la divinità del Figlio, ma ne manifesta la potenza nell’amore e nell’obbedienza. Nella sua umanità, Gesù si è fatto il perfetto servo del Signore, prefigurato nei canti del Servo di Isaia (Isaia 42,1-9; 49,1-6; 50,4-9; 52,13–53,12).
Isaia aveva annunciato: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio; ho posto il mio spirito su di lui” (Isaia 42,1).
Pietro, chiamando Gesù «servo di Dio», riconosce in Lui il compimento di questa profezia: colui che, con l’obbedienza fino alla morte, prende su di sé i peccati del mondo e viene glorificato da Dio nella risurrezione.
Gesù “glorificato” come Figlio di Dio
Pietro aggiunge: “Il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù”. La glorificazione, nella teologia giovannea e neotestamentaria, coincide con la risurrezione e l’esaltazione del Cristo alla destra del Padre (Giovanni 12,23; 17,1; Atti 2,33).
Nell’umanità di Gesù, Dio Padre manifesta la sua gloria e riconosce l’obbedienza perfetta del Figlio (Ebrei 5,8-9). Così, il “servo” è glorificato come Signore:
“Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi” (Filippesi 2,9-10).
Gesù, il Servo e l’Autore della vita
Immediatamente dopo, Pietro proclama: “Voi avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti” (Atti 3,15).
Qui la tensione apparente si risolve: il servo è anche l’autore della vita, cioè Dio stesso. Pietro confessa che il Crocifisso è il Signore risorto, lo stesso che dona la vita e la crea (cfr. Giovanni 1,3-4; Colossesi 1,16-17).
La Scrittura è unitaria: colui che, come uomo, serve e obbedisce, è lo stesso che, come Dio, dà la vita. Il servo è dunque Signore, secondo la doppia natura del Cristo una sola Persona divina.
Gesù stesso aveva annunciato: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Giovanni 2,19), testimoniando che la sua risurrezione è opera della potenza divina che Egli possiede in quanto Figlio eterno del Padre.
Testimonianza della Tradizione e dei Padri della Chiesa
La Chiesa ha sempre letto in chiave cristologica il titolo “servo di Dio”.
Sant’Ireneo di Lione afferma: “Il Figlio di Dio si fece servo per ricapitolare in sé la nostra disobbedienza con la sua obbedienza, e così ricondurci al Padre” (Adversus haereses, III,18,7).
Sant’Agostino spiega: “Cristo, come Dio, è uguale al Padre; come uomo, è servo. Il servo non è la natura divina, ma la natura umana assunta” (Enarrationes in Psalmos 39,2).
San Leone Magno ribadisce: “L’umiltà della carne non ha diminuito la maestà del Verbo, ma l’ha esaltata nel mistero della salvezza” (Sermo 28, In Nativitate Domini).
Il Concilio di Calcedonia (451) definisce solennemente che in Cristo vi sono due nature, divina e umana, “senza confusione, senza mutamento, senza divisione e senza separazione”, unite in un’unica Persona divina. Per questo, ciò che si dice di Cristo come “servo” si riferisce alla sua umanità, ma appartiene realmente al Figlio di Dio.
Sintesi teologica
Dunque, chiamando Gesù servo di Dio, Pietro non nega la sua divinità, ma proclama la realtà del suo abbassamento per amore.
Come uomo, Gesù è il servo obbediente che offre se stesso in sacrificio per la redenzione.
Come Dio, è l’autore della vita e colui che risuscita se stesso dai morti.
Nella croce e nella risurrezione, si rivela la piena verità del Figlio: “Il servo umiliato è il Signore glorificato” (cfr. Isaia 52,13).
Conclusione
Pietro, nel proclamare Gesù come “servo” e “autore della vita”, confessa il cuore del mistero cristiano: il Figlio eterno del Padre si è fatto uomo per servire (Marco 10,45), per offrire la vita in riscatto per molti, e nella sua obbedienza ha manifestato la gloria divina.
In Lui si compiono le parole del profeta: “Ecco, il mio servo prospererà, sarà innalzato, esaltato e grandemente glorificato” (Isaia 52,13).
Così, per la fede cattolica, Gesù Cristo è insieme il Servo obbediente e il Signore glorioso, vero Dio e vero uomo, centro dell’economia della salvezza e della glorificazione dell’uomo in Dio.