SECONDO COMANDAMENTO: NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

A cura di Giuseppe Monno

II. Non nominare il nome di Dio invano.

Il secondo comandamento, come formulato nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2142-2167), afferma:

“Non pronuncerai il nome del Signore, tuo Dio, invano” (Esodo 20,7; Deuteronomio 5,11).

In questa parola, Dio chiede al suo popolo un atteggiamento di profonda riverenza nei confronti del suo Nome, che nella mentalità biblica non è un semplice suono o una designazione convenzionale, ma il segno della presenza stessa di Dio, della sua santità e della sua identità rivelata. Pronunciare il nome di Dio significa entrare in relazione con Lui; perciò, abusarne è un atto di profanazione.

Il significato teologico del Nome di Dio

Nel linguaggio biblico, il “nome” è una realtà viva: indica la persona nella sua essenza e nel suo mistero. Quando Dio rivela a Mosè il suo Nome – “Io sono colui che sono” (Esodo 3,14) – Egli si manifesta come l’Essere sussistente, fedele e presente nella storia. Il Nome divino diviene così un simbolo sacrale, che racchiude la verità e la fedeltà di Dio al suo popolo.

Il comandamento dunque non si limita a proibire la bestemmia, ma invita a custodire il mistero divino con timore e amore. Nominare Dio invano significa ridurlo a strumento per fini umani: è la tentazione di usare il sacro per giustificare la menzogna, l’ingiustizia o la vanità. San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, II-II, q. 122, a. 3) afferma che questo comandamento tutela la pietà, cioè il giusto atteggiamento di riverenza verso Dio, che si manifesta anzitutto nel linguaggio.

L’interpretazione dei Padri della Chiesa

I Padri hanno spesso meditato su questo precetto, collegandolo alla purezza della fede e alla sincerità del cuore.

Sant’Agostino (De Sermone Domini in Monte) ricorda che il Nome di Dio non deve essere pronunciato se non per onorarlo o per invocarlo con fede. L’uomo che giura falsamente o usa il Nome divino per scopi egoistici tradisce la verità di Dio, poiché “chi mente su Dio mente contro se stesso, che è immagine di Dio”.

San Giovanni Crisostomo ammoniva i cristiani di non mescolare il Nome santo alle trivialità quotidiane: “Chi nomina Dio con leggerezza ne sminuisce la maestà, come se il Signore fosse compagno di chiacchiere e non il Re dell’universo”.

Origene (Commento all’Esodo) sottolineava che il Nome del Signore è “potente e salvifico” solo quando è pronunciato in uno spirito di fede, perché “non la parola, ma il cuore che la pronuncia determina la sua santità”.

Il Nome di Gesù e la sua piena rivelazione

Nel Nuovo Testamento, la rivelazione del Nome di Dio raggiunge la sua pienezza in Gesù Cristo. San Paolo afferma che Dio gli ha dato “il Nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Filippesi 2,9). Pronunciare il Nome di Gesù con fede significa partecipare alla sua presenza e alla sua potenza salvifica. Di conseguenza, il secondo comandamento trova in Cristo il suo compimento: non solo ci è proibito profanare il Nome divino, ma siamo chiamati a invocarlo con amore, come figli che confidano nel Padre.

Applicazioni spirituali e morali

Oltre alla bestemmia esplicita, il comandamento vieta ogni forma di abuso del sacro: i giuramenti falsi, le promesse fatte a Dio e non mantenute, l’uso superstizioso del Nome divino o delle parole sacre. Il Catechismo (CCC 2149) afferma che bestemmiare è “un grave peccato”, ma lo è anche “usare il nome di Dio per coprire il crimine o l’ingiustizia”.

Al contrario, il cristiano è chiamato a santificare il Nome di Dio nella sua vita quotidiana, come insegna il Padre nostro: “Sia santificato il tuo Nome”. Ogni parola, ogni giuramento e ogni atto deve riflettere questa santità.

Come scrive san Gregorio di Nissa, “la lingua che pronuncia il Nome di Dio deve essere purificata dal fuoco dell’amore, perché solo la bocca che arde di carità può dire Dio senza offenderlo”.

Conclusione

Il secondo comandamento, lungi dall’essere una semplice norma linguistica, è un invito alla trasparenza del cuore e alla verità della relazione con Dio. Nominare Dio significa riconoscere la sua presenza, la sua santità e la sua sovranità sulla nostra vita. Ogni parola rivolta a Lui deve nascere dal silenzio adorante, dove la lingua tace e il cuore parla.

Come insegnava sant’Ambrogio:

“Non c’è voce più alta di quella che prega in silenzio e non c’è parola più pura di quella che pronuncia il Nome di Dio con amore.”

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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