IL SACERDOZIO FEMMINILE

A cura di Giuseppe Monno

Il tema del sacerdozio femminile rappresenta una delle questioni più delicate e discusse nella teologia contemporanea. Tuttavia, per comprenderne in modo autentico e fedele la posizione della Chiesa cattolica, è necessario risalire alle sue radici bibliche, storiche e teologiche, dove emerge con chiarezza la continuità della Tradizione che riconosce il sacerdozio come ministero riservato agli uomini.

Fondamento biblico

La Sacra Scrittura offre il primo e più solido fondamento della dottrina cattolica sul sacerdozio. Gesù Cristo, durante la sua vita terrena, scelse dodici uomini come apostoli (cfr. Marco 3,13-19). Questa scelta non fu semplicemente il riflesso delle convenzioni culturali del tempo: Gesù si mostrò più volte libero rispetto agli usi della società, dialogando con le donne e riconoscendone la dignità, come accadde con la Samaritana (Giovanni 4,7-29) o con Maria di Betania (Luca 10,38-42). Tuttavia, quando si trattò di costituire il gruppo dei Dodici, a cui affidò la missione di fondamento della Chiesa, Egli scelse solo uomini.

È importante sottolineare che i Vangeli non riportano una “formula di istituzione” esplicita del sacerdozio come sacramento, ma la teologia cattolica, alla luce della Tradizione apostolica, riconosce nell’azione di Cristo l’origine del ministero ordinato. Tale ministero trova il suo compimento nella celebrazione dell’Eucaristia (cfr. Marco 14,22-24; Luca 22,19-20) e nella trasmissione della missione apostolica attraverso l’imposizione delle mani (cfr. Atti 13,2-3; 14,23; 20,28; Tito 1,5; 1 Timoteo 4,14; 5,22; 2 Timoteo 1,6). La comprensione cattolica è il frutto di una lettura unitaria di Scrittura, Tradizione e Magistero.

Gli apostoli, fedeli all’intenzione di Cristo, mantennero questa prassi. Nonostante la presenza di molte donne di grande santità e valore nella Chiesa primitiva — basti pensare a Maria, Madre del Signore, a Maria Maddalena, a Febe e Priscilla — nessuna di esse fu ordinata al ministero sacerdotale. Le prime comunità cristiane conoscevano una varietà di carismi e ministeri, ma la successione apostolica, che fonda il sacerdozio sacramentale, fu trasmessa esclusivamente a uomini mediante l’imposizione delle mani.

La testimonianza della Tradizione e dei Padri

I Padri della Chiesa confermarono questa comprensione: Tertulliano (De Virginibus Velandis, 9), sant’Ippolito di Roma (Traditio Apostolica, cap. 11-15), sant’Epifanio di Salamina (Panarion, 79, 3), san Giovanni Crisostomo (De Sacerdotio, libro II, cap. 2; Omelia IX su 1Timoteo), san Gregorio Nazianzeno (Oratio 37, 6), sant’Agostino (De haeresibus ad Quodvultdeum, 27). Pur riconoscendo l’importanza e la dignità della donna, i Padri ribadirono che il ministero sacerdotale appartiene all’ordine stabilito da Cristo e non può essere alterato dalla volontà umana. È bene notare che molti Padri parlavano dei ruoli femminili nella Chiesa in termini di servizio, insegnamento e carità, senza attribuire loro il sacramento dell’Ordine sacro.

Nei primi secoli, le cosiddette “diaconesse” svolgevano ruoli di servizio, specialmente verso le donne nei battesimi o nelle opere di carità, ma non possedevano un carattere sacramentale né esercitavano funzioni sacerdotali complete. Alcune Chiese orientali conoscevano riti di istituzione delle diaconesse che includevano elementi simili all’ordinazione dei diaconi maschi, ma la Chiesa universale non li ha mai considerati sacramenti dell’Ordine. Il Concilio di Nicea (canone 19, anno 325) e quello di Calcedonia (canone 15, anno 451) confermarono chiaramente la distinzione tra tali figure e i ministri ordinati.

Alcune correnti eterodosse dei primi secoli, come il montanismo, introdussero figure femminili che si attribuivano ruoli sacerdotali o profetici, ma queste pratiche furono sempre giudicate contrarie alla Tradizione apostolica e respinte dalla Chiesa.

Riflessione teologica

Il sacerdozio ministeriale è un sacramento che agisce in persona Christi Capitis, cioè nella persona di Cristo Capo della Chiesa. Poiché Cristo, nella sua incarnazione, si è manifestato come uomo, Egli rappresenta sacramentalmente lo Sposo che dona la vita alla Chiesa, sua Sposa. Il simbolismo non si basa su categorie biologiche o di superiorità, ma su un segno sacramentale: il sacerdote, celebrando i sacramenti e annunciando la Parola, agisce come segno sacramentale di Cristo Sposo nei confronti della Chiesa Sposa.

Questo simbolismo nuziale — presente dall’Antico al Nuovo Testamento (in particolare Efesini 5,25-32; Apocalisse 21,2.9) — non è un elemento accidentale, ma appartiene all’essenza stessa del mistero cristiano. Alterarlo equivarrebbe a modificare la struttura sacramentale voluta da Cristo.

La reciprocità sponsale, lungi dal ridurre la donna a passività, ne manifesta la dimensione ecclesiale e materna, come sottolineano Mulieris dignitatem (1988) e Letter to Women (1995). L’argomento non è quindi sociologico, ma sacramentale. Come ricordava san Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis (1994), “la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale”, e questa decisione deve essere tenuta “in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.

Aspetto storico ed ecclesiologico

Nella storia della Chiesa non si trova alcuna prova di ordinazione sacerdotale femminile riconosciuta come valida. Le eventuali pratiche marginali o settarie sorte in alcuni contesti locali furono sempre considerate irregolari e contrarie alla Tradizione apostolica.

Il sacerdozio, nella sua dimensione sacramentale, non è un diritto o un privilegio, ma un servizio conferito per grazia divina e secondo la volontà di Cristo. L’esclusione delle donne non implica una loro inferiorità, ma riflette la diversità dei carismi e dei compiti nella Chiesa. Come sottolinea san Paolo (1 Corinzi 12,4-31), l’occhio e la mano hanno funzioni diverse ma entrambe necessarie al corpo. La Chiesa è il corpo di Cristo, e ogni membro è utile e importante secondo la propria funzione. La vocazione femminile, vissuta nella maternità, nella consacrazione o nell’apostolato laicale, costituisce un pilastro insostituibile della vita ecclesiale.

Nel contesto attuale, la riflessione teologica continua a interrogarsi sul modo in cui le donne possano partecipare più pienamente alla missione della Chiesa, specialmente nei ministeri non ordinati e nei processi di discernimento e di governo pastorale, sempre nella fedeltà alla dottrina ricevuta.

La Pontificia Commissione Biblica del 1976

La PCB affermò che la Scrittura da sola non offre una prova decisiva né a favore né contro l’ordinazione femminile. Tuttavia, il documento non ha valore magisteriale vincolante. La successiva dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Inter Insigniores (15 ottobre 1976) interpretò i risultati della PCB alla luce della Tradizione e concluse che la Chiesa “non si ritiene autorizzata a conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne”. Questa posizione è stata ribadita definitivamente da san Giovanni Paolo II nella Ordinatio Sacerdotalis (1994), con formula che richiede l’assenso definitivo dei fedeli (cfr. Responsum ad dubium della CDF, 1995).

Archeologia e titoli epigrafici

Riguardo alle epigrafi antiche che menzionano “diaconesse”, “presbitere” o “episcope”, gli studi più aggiornati (C. Vagaggini, Les diaconesses dans l’Église ancienne, 1974; A. M. Triacca, Epigrafia cristiana e ministeri, 1992; G. Martimort, Deaconesses: An Historical Study, 1986) mostrano che:

Il termine presbitera designa nella maggior parte dei casi la moglie di un presbitero (es. epigrafe ICUR 2, 5158), non una ministra ordinata.

Episcopa, in alcune iscrizioni (come Marcellina o Theodora), non indica un’ordinazione episcopale, ma un titolo onorifico/relazionale (moglie, madre o benefattrice legata al vescovo) o attestazione di prestigio.

Esiste una minoranza di interpreti che sostiene la lettura “episcopa = donna vescovo” in casi isolati. Tuttavia, nella Chiesa cattolica e in quelle ortodosse non sono mai state ordinate donne presbitere o episcope. Nessuna iscrizione antica (IV–VI secolo) implica che queste donne fossero parte della gerarchia ecclesiastica come presbiteri o vescovi canonici.

Conclusione

La questione del sacerdozio femminile non può essere risolta in termini di uguaglianza sociologica o di diritti, ma deve essere compresa alla luce del mistero della fede e dell’economia sacramentale. La Chiesa non dispone del potere di modificare ciò che Cristo ha istituito: essa è chiamata non a reinventare i sacramenti, ma a custodirli fedelmente.

In un’epoca che tende a confondere ruoli e simboli, la fedeltà della Chiesa alla volontà di Cristo appare come segno profetico di obbedienza e di verità (cfr. Ordinatio Sacerdotalis, 1994, par. 4). La dignità della donna, pienamente riconosciuta e onorata, trova la sua pienezza non nell’assunzione del ministero sacerdotale, ma nella sua vocazione propria, che rispecchia in modo unico la risposta d’amore della Chiesa al suo Sposo divino.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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