I GIGANTI DI CANAAN

A cura di Giuseppe Monno

Numeri 13,32-33

32 Così diffusero tra gli Israeliti il discredito sulla terra che avevano esplorato, dicendo: “La terra che abbiamo attraversato per esplorarla è una terra che divora i suoi abitanti, e tutta la gente che vi abbiamo visto è di grande statura. 33 Vi abbiamo visto anche i giganti – i figli di Anak, della razza dei giganti – e a noi, e ai loro occhi, parevamo come cavallette.”

Dodici esploratori furono inviati da Mosè per perlustrare la terra promessa (Numeri 13–14). Dieci di loro tornano terrorizzati, mentre solo Caleb e Giosuè confidano nella forza del Signore per conquistare la terra. Il popolo, ascoltando il rapporto negativo, si ribella e rifiuta di entrare in Canaan, provocando l’ira di Dio e il castigo dei quarant’anni nel deserto.

La Chiesa interpreta questo episodio non come un resoconto storico di mostri giganti, ma come un insegnamento di fede. Il testo mette in contrasto la paura e la mancanza di fiducia del popolo, con la fede e l’obbedienza di Caleb e Giosuè. Il centro teologico del racconto è la sfiducia nella promessa di Dio, non la presenza letterale di giganti.

Il termine ebraico “nefilim” (che la Settanta traduce col greco “gigantes”) compare solo due volte nella Bibbia: in Genesi 6,4 e qui. Etimologicamente deriva da una radice ebraica nafal (“cadere”), e può indicare “i caduti”, “i potenti”, o “gli uomini di grande statura e violenza”.

In Numeri, il termine è ripreso in modo iperbolico dagli esploratori, non come una descrizione oggettiva, ma come linguaggio del terrore. L’esegesi cattolica (cfr. Bibbia di Gerusalemme, nota a Numeri 13,33) sottolinea: “Il riferimento ai nefilim serve a esprimere l’impressione di paura degli esploratori. Non si tratta di una realtà storica, ma di un’eco mitologico utilizzato per amplificare il racconto.”

In altre parole, gli esploratori utilizzano un mito antico (i nefilim di Genesi) per descrivere l’invincibilità dei cananei.

Il racconto mostra un meccanismo spirituale: la paura umana deforma la percezione della realtà (“ci vedevamo come cavallette”), e porta alla mancanza di fede nella promessa divina. Per i Padri della Chiesa (es. Origene, sant’Ambrogio), questo brano diventa una parabola della vita spirituale: i “giganti” rappresentano le difficoltà o le passioni che il credente teme, ma che possono essere vinte solo con la fiducia in Dio.

Nel senso allegorico e morale, la terra promessa rappresenta la vita di grazia o il Regno di Dio. I giganti rappresentano le forze del male, le tentazioni o i peccati che sembrano insuperabili. La paura degli esploratori è l’immagine della fede debole che si lascia dominare dai sensi e non dalla fiducia in Dio. San Gregorio Magno scrive:

“Chi teme i giganti non può entrare nella terra della promessa; ma chi confida nel Signore, come Giosuè, già possiede in sé la vittoria.”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pur non commentando direttamente questo racconto, lo inserisce nel tema della fede come obbedienza:

“La disobbedienza è conseguenza della mancanza di fiducia nella bontà di Dio” (CCC 397).

Numeri 13 diventa così un paradigma del peccato di incredulità: il popolo non entra nella terra promessa perché non si fida della Parola di Dio.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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