A cura di Giuseppe Monno

Giovanni 20,28:
“Rispose Tommaso e gli disse: mio Signore mio e Dio.”
L’uso del doppio articolo (“ho Kyrios… ho Theos…”) indica due appellativi distinti ma riferiti alla stessa persona: Gesù. Non è una formula esclamativa di stupore, ma una professione di fede personale e diretta. Tommaso rivolge quelle parole proprio a Gesù, come vediamo dalle parole “eipen auto” (“a lui disse”).
In Giovanni, Kyrios e Theos non sono titoli onorifici qualunque. Kyrios rimanda al Signore dell’Antico Testamento (Yhwh), mentre Theos afferma la piena partecipazione di Gesù alla divinità. Tommaso riconosce in Gesù non solo il maestro risorto, ma Dio stesso manifestato nella carne (cfr. Giovanni 1,14; 1Timoteo 3,16).
Il doppio “mou” (mio) esprime l’appropriazione intima della fede: non un’adesione teorica, ma un incontro salvifico. La fede non è più condizionata dalla vista, ma nasce dal riconoscimento del Risorto come Signore e Dio della propria vita.
Gesù non corregge Tommaso, segno che accetta il suo riconoscimento divino:
“Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”
Questa beatitudine finale estende la fede di Tommaso a ogni credente futuro.
“Mio Signore e mio Dio” è una professione di fede che riassume tutto il Vangelo.