A cura di Giuseppe Monno

Romani 9,5:
“da essi proviene Cristo secondo la carne, colui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli…”
Qui “Dio benedetto” non è una dossologia rivolta al Padre, ma una descrizione di Cristo.
La costruzione “ho on” (“colui che è”) è una forma appositiva naturale che qualifica immediatamente “ho Chistos” (“Cristo”).
In tutto il Nuovo Testamento, eulogetós (“benedetto”) segue sempre il sostantivo a cui si riferisce. Qui “theòs eulogetós” (non “eulogetós theòs”) suggerisce che non è una dossologia, ma una descrizione di Cristo.
Si armonizza con altri testi paolini che attribuiscono a Gesù titoli divini (es. Tito 2,13, Colossesi 2,9, ecc.).
In greco biblico l’espressione “Dio benedetto” può comparire in due modi:
dossologia: “eulogetòs theòs” (“sia benedetto Dio”), aggettivo + sostantivo
descrizione: “theòs eulogetós” (“Dio benedetto”), sostantivo + aggettivo
La differenza è piccola ma molto significativa.
Nel Nuovo Testamento ci sono molti casi (Marco 14,61; Luca 1,68; 2Corinzi 1,3; Efesini 1,3; 1Pietro 1,3) dove l’ordine è “eulogetòs theòs” (“sia benedetto Dio”, aggettivo + sostantivo), e indica una dossologia, cioè una benedizione rivolta a Dio, non una descrizione.
L’unico caso di “theòs eulogetós” (“Dio benedetto”, sostantivo + aggettivo) nel Nuovo Testamento è Romani 9,5.
Nel greco biblico, quando l’aggettivo segue il sostantivo (“theòs eulogetós”), il senso è descrittivo o qualificativo, non esclamativo o liturgico.
Quindi se Paolo avesse voluto scrivere una dossologia (“Sia benedetto Dio”), avrebbe scritto “theòs eulogetós” (aggettivo + sostantivo). Ma ha scritto “ho on epi panton theòs eulogetós” (“colui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto”). Qui “theòs eulogetós” è una qualifica attributiva, non un’invocazione.
Questa struttura, dal punto di vista sintattico, si attacca naturalmente a “ho Chistos” (“Cristo”) come una sua descrizione appositiva:
“… Cristo… colui che è sopra ogni cosa, Dio benedetto…”
L’ordine “theòs eulogetós” in Romani 9,5 non è mai utilizzato nelle dossologie, ma è coerente con una frase descrittiva che identifica Cristo come Dio benedetto.
Perciò la lettura più naturale e grammaticalmente coerente è quella cristologica:
Paolo chiama esplicitamente Cristo “Dio benedetto nei secoli”, riconoscendolo sovrano ed eterno.