A cura di Giuseppe Monno

Dio è spirito (Giovanni 4,24) e trascende tutte le categorie umane di genere. Ciò significa che Dio non ha corpo né sesso biologico; non è maschio né femmina nel senso umano. Il termine “Padre” non va inteso come mascolinità biologica, ma come modo simbolico e relazionale per descrivere la sua vita interna e la sua relazione con il Figlio.
Dio è “Padre” dall’eternità perché la sua è una paternità ontologica, intrinseca alla sua essenza divina: Il Padre genera eternamente il Figlio unigenito, senza inizio né fine nel tempo. Questa generazione è interna alla Trinità: il Padre non ha bisogno della creazione per essere Padre, lo è per natura. La sua paternità eterna indica quindi origine, sorgente e capacità generativa all’interno della vita divina.
Chiamare Dio “Padre” serve a comunicare due idee fondamentali:
- Origine e generazione: il Padre è la sorgente eterna della vita e dell’amore, il principio generativo della Trinità.
- Distinzione interna nella Trinità: senza il Padre, non ci sarebbe il Figlio; la relazione eterna tra Padre e Figlio definisce l’identità trinitaria.
La maternità, invece, simboleggia ricezione, nutrimento e cura. Queste caratteristiche non mancano a Dio, ma nella struttura interna della Trinità non costituiscono la funzione generativa primaria.
Dio è Padre perché la sua paternità è ontologica, appartiene alla sua essenza. Il Padre genera eternamente il Figlio, creando la relazione interna della Trinità.
La maternità non sarebbe compatibile con questa funzione generativa eterna: rappresenta invece accoglienza e cura, attributi che Dio possiede ma che non definiscono la struttura trinitaria interna.
Dio è Padre dall’eternità perché la sua generazione eterna del Figlio è ciò che lo definisce come Padre, mentre la maternità non potrebbe svolgere la stessa funzione ontologica nella Trinità. Non perché sia inferiore o meno divina, ma perché indica un tipo diverso di relazione.
La generazione del Figlio dal Padre è spirituale, non fisica: non implica corpo, tempo o materia. È una processione eterna. In questa relazione eterna, il termine “Padre” esprime la funzione di principio originante, la sorgente dalla quale procede il Figlio.
Nel linguaggio umano e simbolico, la maternità implica due elementi fondamentali:
- Ricezione: la madre accoglie in sé il seme e lo fa crescere.
- Accoglienza e nutrimento: la madre custodisce e fa maturare ciò che ha ricevuto.
Invece, nella relazione trinitaria, Dio Padre non riceve da nessuno: Egli è “principium sine principio”, il principio assoluto, l’origine senza origine. Se si parlasse di “Madre”, si introdurrebbe un’idea di ricezione o di dipendenza che nella Trinità non esiste in Dio: il Padre non riceve, ma genera da sé.
Non è questione di genere, ma di principio. La distinzione non è maschio/femmina, ma origine/accoglienza: Il Padre è l’origine assoluta, la sorgente eterna della vita divina. Il Figlio è l’eternamente generato, cioè riceve la vita dal Padre. Lo Spirito Santo è l’amore procedente tra Padre e Figlio.
In questo linguaggio relazionale, la parola “Padre” è la più adatta per indicare principio senza principio, mentre “Madre” implica simbolicamente l’accoglienza di qualcosa ricevuta da un’altro, e quindi non rappresenterebbe l’auto-originazione divina.
Dunque, la maternità non può svolgere la stessa funzione ontologica nella Trinità, perché indica una relazione di ricezione e accoglienza, non di origine assoluta. Il Padre, invece, è principio senza principio, la sorgente eterna della divinità. Il linguaggio trinitario non riguarda il genere, ma la struttura delle relazioni eterne in Dio.
Dio è Padre non perché sia maschio, ma perché è origine senza origine, colui che genera eternamente il Figlio. “Madre” non esprime adeguatamente questa funzione ontologica, perché nella sua simbologia umana e teologica indica accoglienza, non principio assoluto.