A cura di Giuseppe Monno

Due nature, una sola Persona e un solo Io personale
Nella “pienezza del tempo” (Galati 4,4), il Verbo eterno di Dio, la Seconda Persona della Santissima Trinità, “Figlio unigenito del Padre” (Giovanni 1,14.18; 3,16), “per mezzo del quale tutto è stato fatto” (Giovanni 1,1-3; Colossesi 1,16-17), ha assunto una natura umana completa – corpo e anima razionale – unendola a sé ipostaticamente, cioè alla sua stessa Persona divina. In questo mistero ineffabile, il Verbo si fece carne (Giovanni 1,14) senza cessare di essere ciò che era: Dio vero da Dio vero.
Il Concilio di Calcedonia (451 d.C.) ha definito solennemente che in Cristo “ci sono due nature, divina e umana, senza confusione, senza mutamento, senza divisione e senza separazione”, unite nell’unica Persona del Verbo. L’unità personale del Cristo è quindi “teandrica”: tutto ciò che egli compie come uomo è realmente opera del Figlio eterno di Dio.
Il soggetto delle azioni di Cristo non è un uomo accanto a Dio, ma una sola Persona divina. Non esiste un “io umano” distinto da quello divino: il Cristo è uno della Trinità che, per la nostra salvezza, ha voluto entrare nella storia e assumere la condizione dell’uomo. Questo è il fondamento della nostra redenzione: solo un Dio fatto uomo poteva ricondurre l’uomo a Dio.
Due volontà naturali in perfetta armonia
Poiché in Cristo ci sono due nature complete, ne derivano anche due volontà naturali, come definito dal Concilio di Costantinopoli III (680-681 d.C.). Una volontà è divina, comune alle tre Persone della Trinità; l’altra è umana, propria della sua natura assunta.
La volontà umana di Gesù non è mai in contrasto con quella divina, ma le è perfettamente sottomessa e armonica. Le parole di Cristo nell’orto degli ulivi – “Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu” (Matteo 26,39) – manifestano la verità della sua autentica umanità: un uomo che, pur nella sofferenza, aderisce pienamente alla volontà salvifica del Padre.
Questa sottomissione non è segno di debolezza, ma di amore perfetto: la volontà umana del Cristo coopera liberamente all’opera redentrice, diventando modello di obbedienza per ogni credente (Filippesi 2,8; Ebrei 5,8-9).
Due operazioni naturali
Il medesimo Concilio di Costantinopoli ha dichiarato che in Cristo vi sono due operazioni naturali, corrispondenti alle due nature. La natura divina opera secondo la potenza e la sapienza di Dio, mentre la natura umana agisce secondo la capacità e i limiti della creatura. Tuttavia, ambedue le operazioni appartengono alla medesima Persona divina.
Così, i miracoli sono propri della sua divinità, ma vengono compiuti attraverso i gesti umani di Gesù; mentre le sofferenze appartengono alla sua umanità, ma sono realmente le sofferenze del Figlio di Dio. Tutto ciò che Cristo fa e subisce è opera teandrica – divina e umana insieme – poiché procede dall’unico soggetto personale del Verbo incarnato.
La conoscenza di Cristo
Nell’unione ipostatica, anche la conoscenza di Cristo riflette la ricchezza del mistero dell’Incarnazione. La teologia cattolica distingue tre forme di conoscenza nella mente umana del Signore:
1. Conoscenza acquisita, mediante l’esperienza e l’apprendimento umano (Luca 2,52). Gesù, vero uomo, apprende e cresce anche psicologicamente, mostrando la realtà della sua umanità.
2. Conoscenza infusa, donata direttamente da Dio, che gli permette di conoscere i cuori e i segreti degli uomini (Marco 2,8; Giovanni 2,25).
3. Conoscenza beata o visione beatifica, con cui l’anima di Cristo, unita personalmente al Verbo, contempla immediatamente Dio. In essa egli conosce perfettamente la volontà divina e la storia della salvezza (Giovanni 21,17).
Come insegna la tradizione (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae III, q.9), fin dal primo istante dell’Incarnazione, Cristo gode della visione beatifica e possiede la pienezza della scienza divina, per cui conosce tutte le cose.
L’anima di Cristo e la grazia abituale
L’unione ipostatica non sostituisce l’anima umana di Cristo, ma la perfeziona con la pienezza della grazia abituale. L’anima del Signore è, dunque, la più perfetta di tutte, colma dei doni dello Spirito Santo (Isaia 11,1-3). Eppure, secondo Luca 2,52, Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”: non perché gli mancasse qualcosa, ma perché la manifestazione esterna della sua grazia si sviluppava gradualmente nella storia della sua vita terrena.
Immediata visione di Dio e assenza della fede
Poiché Gesù è vero Dio, egli non aveva la virtù teologale della fede nel senso umano del termine. Non “credeva” in Dio: lo vedeva. La sua anima godeva fin dal primo istante dell’Incarnazione dell’immediata visione beatifica del Padre. Questa conoscenza immediata fonda la sua perfetta obbedienza e la sua libertà: Gesù non agisce per fede o per speranza, ma per amore pienamente consapevole del disegno divino. Egli sa di essere il Figlio e Redentore del mondo (Giovanni 10,17-18).
Tutto di Cristo appartiene alla Persona divina del Figlio
Poiché la natura umana di Cristo non ha un’esistenza propria separata, ma sussiste nella Persona divina del Verbo, ogni azione e sofferenza dell’uomo Gesù appartiene al Figlio di Dio. Per questo la Chiesa può proclamare – senza contraddizione – che “Dio ha sofferto e Dio è morto” (Atti 20,28). Non la divinità in sé ha sofferto o è morta, ma la carne del Verbo, che è realmente carne di Dio.
Questa verità, detta “communicatio idiomatum”, è la base del linguaggio cristologico e soteriologico: ciò che appartiene alla natura umana si può attribuire alla Persona divina, perché le nature non operano separatamente.
Il culto a Cristo: una sola adorazione nelle due nature
Cristo è adorato in una sola Persona con le sue due nature, divina e umana. L’umanità di Gesù è degna dello stesso culto di adorazione (latria) che si deve a Dio, poiché appartiene ipostaticamente al Verbo.
Il Concilio di Costantinopoli II (553 d.C.) ha affermato: “Il Figlio unigenito di Dio va adorato con la sua carne.” Perciò, il corpo, il sangue, il volto e il cuore di Gesù sono oggetto di adorazione, perché sono “propri” del Verbo incarnato. La stessa logica sostiene la realtà della presenza reale nell’Eucaristia: adoriamo Cristo intero, vero Dio e vero uomo, realmente presente sotto le specie sacramentali.
Conclusione
Il mistero dell’Incarnazione è il cuore della fede cristiana: in Gesù Cristo, Dio e uomo si sono uniti per sempre. Non due soggetti, ma uno solo: il Figlio eterno, che senza cessare di essere Dio ha voluto assumere tutto ciò che è umano, eccetto il peccato (Ebrei 4,15). In lui l’umanità è divenuta il luogo della comunione con Dio, e l’intera creazione trova la sua ricapitolazione (Efesini 1,10).
Cristo, vero Dio e vero uomo, è dunque il ponte vivente tra il cielo e la terra, il compimento dell’antica alleanza e l’inizio della nuova creazione. In lui, l’uomo vede finalmente il volto di Dio (Giovanni 14,9).