A cura di Giuseppe Monno

L’iscrizione IHS, che troviamo impressa sull’ostia consacrata dal sacerdote durante la celebrazione eucaristica, è una cristogramma, ossia una sigla formata da lettere del nome di Gesù Cristo. Essa deriva dalle prime tre lettere del nome greco di Gesù: ΙΗΣΟΥΣ (Iesous). Traslitterando in caratteri latini, si ottiene IHS (o talvolta IHC, a seconda delle varianti grafiche antiche).
Nel greco antico, le lettere Ι (iota), Η (eta) e Σ (sigma) formano la parte iniziale del nome “Iesous”. Quando il cristianesimo si diffuse nel mondo latino, queste lettere vennero progressivamente adattate al nuovo alfabeto. Tuttavia, la lettera greca eta (Η) – che rappresenta una vocale lunga – fu interpretata erroneamente come la consonante latina acca (H), da cui nacque l’abbreviazione latina IHS.
A partire dal Medioevo, il monogramma IHS cominciò a essere reinterpretato in senso mistico e simbolico, dando origine a diversi motti devozionali:
Iesus Hominum Salvator – “Gesù Salvatore degli Uomini”.
In Hoc Signo (vinces) – “In questo segno vincerai”, in riferimento alla visione di Costantino e alla croce gloriosa.
Iesus Hostia Salutis – “Gesù, Vittima di Salvezza”, espressione teologica più tarda, che sottolinea il carattere sacrificale dell’Eucaristia.
Un ruolo fondamentale nella diffusione dell’IHS come simbolo cristiano pubblico fu svolto nel XV secolo da San Bernardino da Siena (1380–1444). Il santo francescano lo propose come segno di pace e di riconciliazione nelle città italiane, spesso lacerate da fazioni e rivalità. Durante le sue predicazioni, portava una tavoletta con il sole raggiante e al centro il monogramma IHS, invitando i fedeli a venerarlo come segno dell’amore di Cristo.
Questa devozione, approvata da Papa Martino V, divenne presto popolarissima. Successivamente, Sant’Ignazio di Loyola (1491–1556) adottò l’IHS come emblema ufficiale della Compagnia di Gesù (Gesuiti). Nel loro sigillo, il monogramma è inscritto in un sole fiammante, con la croce sopra la lettera H e i tre chiodi della Passione sottostanti – simboli della redenzione.
Nella liturgia cattolica, l’ostia magna porta spesso il monogramma IHS al centro. Questo non è solo un elemento ornamentale, ma un segno teologico profondo: il nome di Gesù è inscritto sulla vittima eucaristica, che rende presente il suo sacrificio redentore.
Durante la consacrazione, il pane e il vino diventano realmente – secondo la dottrina della transustanziazione – il Corpo e Sangue di Cristo. L’ostia con il monogramma “IHS” dunque non solo rappresenta, ma è veramente Gesù stesso, “Iesus Hostia Salutis”, la Vittima di salvezza per il mondo.
Il nome di Gesù ha, nella tradizione cristiana, un potere salvifico:
“Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Filippesi 2,10). Questo passo paolino fonda la teologia del Nome, per la quale il Nome stesso del Signore è fonte di grazia e di protezione. L’incisione del monogramma sull’ostia richiama questa presenza salvifica: nel momento in cui il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione, il Nome di Gesù si unisce sacramentalmente alla sua Persona.
Nell’arte sacra e nella devozione popolare, il monogramma IHS è spesso circondato da raggi di luce o da un’aureola solare, simboleggiando Cristo come “Luce del mondo” (Gv 8,12). La croce sovrastante ricorda la Passione, mentre i tre chiodi al di sotto richiamano il sacrificio sul Calvario.
Questo simbolo, impresso sull’ostia eucaristica, unisce linguaggio, fede e teologia, condensando in tre lettere il mistero centrale del cristianesimo: Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, offerto come vittima di salvezza per la redenzione dell’umanità.