A cura di Giuseppe Monno

Matteo 4,8-10
«Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
“Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”.
Ma Gesù gli rispose:
“Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo
e a lui solo rendi culto”»
La Scrittura non ci dice con precisione quanto il diavolo comprendesse, in quel momento, la natura divina di Gesù. Riconosce che Egli è speciale, inviato da Dio, e lo chiama “Figlio di Dio” (Matteo 4,3.6). Tuttavia, questo titolo nell’Antico Testamento ha molteplici significati: può riferirsi a Israele, agli angeli, ai re, al Messia. Non è chiaro se il diavolo intuisse la piena divinità di Cristo.
La conoscenza del maligno, infatti, non è onnisciente. I demoni, pur essendo dotati di un’intelligenza superiore a quella umana, restano creature finite: conoscono solo ciò che Dio permette. San Paolo afferma che il mistero dell’Incarnazione rimase nascosto ai “principati e potestà” (Efesini 3,9-10). Dunque, Satana non penetra il disegno divino della salvezza. Sa che Gesù è il Messia, ma non comprende che Egli è il Figlio eterno di Dio fatto uomo. Per questo osa pretendere adorazione: è accecato dalla superbia e dalla sua ribellione.
I Padri della Chiesa
Sant’Agostino (354–430), commentando Matteo 4, scrive:
«Se il diavolo lo tentò, non era perché già sapeva chi fosse, ma per saperlo. Oppure, se già lo sapeva, lo tentò comunque come uomo. Dubitava se fosse veramente il Figlio di Dio… Infatti, avrebbe forse osato tentare il Signore nostro Gesù Cristo, se già avesse avuto certezza che era il Figlio di Dio? Ma lo vedeva affamato, e pensava che, se fosse stato Figlio di Dio, non avrebbe dovuto soffrire la fame. Dubitava dunque: lo tentò per sapere se fosse Figlio di Dio».
(De Trinitate IV, 12,15; In Ioannis Evangelium Tractatus 28,3)
San Leone Magno († 461), parlando della tentazione, osserva:
«Il maligno tentatore si accostò dunque al Signore, ma era incerto su quale natura potesse osare. In colui che sperimentava la fame come uomo, non riconosceva la potenza della divinità. La fame era dell’uomo, la potenza era di Dio».
(Sermo 39, De Quadragesima)
San Giovanni Crisostomo († 407) spiega così l’audacia del diavolo:
«Poiché aveva sentito al Giordano: “Questi è il Figlio mio diletto”, cercava di capire se davvero fosse Figlio di Dio per natura. Non avendo certezza, tentò di scoprirlo. Per questo osò chiedere persino l’adorazione, manifestando insieme la sua tracotanza e la sua ignoranza».
(In Matthaeum Homiliae 5,4)
Conclusione
La tentazione nel deserto non rivela solo l’astuzia del diavolo, ma anche i suoi limiti. Satana non conosce pienamente il mistero di Cristo: è confuso davanti al Dio fatto uomo, che appare debole e affamato, ma nello stesso tempo manifesta autorità divina. La risposta di Gesù, fondata sulla Scrittura, smaschera la menzogna del nemico e riafferma la verità fondamentale: solo Dio deve essere adorato, solo a Lui si deve rendere culto.