A cura di Giuseppe Monno

Non di rado i figli della Riforma protestano contro l’uso delle immagini sacre, accusando la Chiesa cattolica di idolatria e superstizione. Essi citano i comandamenti del Decalogo e la proibizione mosaica di scolpire o dipingere figure, come se il popolo cristiano ripetesse i peccati d’Israele dinanzi al vitello d’oro. Ma tale accusa, lungi dall’avere fondamento, sorge da una lettura superficiale della Scrittura e da un misconoscimento del mistero dell’Incarnazione.
A questo scopo, difendiamo qui la legittimità e la santità dell’uso delle immagini sacre nella Chiesa cattolica.
Quando Dio proibisce di farsi immagini (Esodo 20,4), non condanna ogni forma di rappresentazione artistica, bensì l’adorazione idolatrica, cioè attribuire alla creatura l’onore dovuto al Creatore. Lo stesso libro dell’Esodo, infatti, comanda a Mosè di forgiare i cherubini sull’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18). Se ogni immagine fosse per sé illecita, Dio non avrebbe ordinato tale opera.
Il Tempio di Salomone era ornato di figure scolpite, cherubini, tori, leoni, palme e fiori (1 Re 6,23-35; 7,27-37). Queste non furono condannate, bensì santificate dal culto di Dio (1 Re 9,1-3). La Scrittura testimonia dunque che non è l’immagine ad essere malvagia, ma l’uso idolatrico.
Dio invisibile si è reso visibile in Cristo Gesù (Giovanni 1,1.14). Rappresentare con immagini il volto di Cristo significa confessare che Egli è realmente venuto nella carne: “Ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio” (1 Giovanni 4,2).
Così come lo scritto evangelico tramanda in parole la vita di Cristo, così l’immagine sacra la tramanda in figura. Negare l’immagine equivale a mutilare il Vangelo, che deve essere annunciato non solo con la parola, ma anche con i segni visibili.
La Chiesa primitiva usò simboli e immagini: il pesce (“ΙΧΘΥΣ”), il Buon Pastore, l’ancora, i martiri dipinti nelle catacombe. Queste non furono mai idolatria, ma professione della fede.
San Giovanni Damasceno scrive: “Io non adoro la materia, ma il Creatore della materia, che per me si è fatto materia e ha degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza” (Contra imaginum calumniatores, I,16).
La Chiesa cattolica, guidata dallo Spirito Santo, ha definito nel Concilio di Nicea II (787) che le immagini di Cristo, della Madre di Dio e dei santi possono essere collocate e venerate, non con adorazione, riservata a Dio, ma con venerazione onorifica. Questo decreto, accolto dalla Tradizione, è vincolante.
Alla sola Trinità si deve l’adorazione. Alle immagini si deve venerazione relativa, in quanto esse rinviano all’archetipo rappresentato. Non si ferma l’onore al legno o al colore, ma passa a Colui che l’immagine significa.
Le immagini sacre hanno una funzione pedagogica e devozionale. Sono “Vangelo dei semplici”, maestri silenziosi che parlano ai cuori analfabeti, elevando l’anima a Dio. Esse rendono presente ai sensi ciò che la fede proclama.
Le immagini sacre non distraggono da Dio, anzi aiutano a contemplarlo. Chi vede il Crocifisso è condotto al pensiero della Passione. È idolatra solo chi adora il legno, non chi adora Cristo rappresentato.
Inizialmente, Dio proibì al popolo eletto di rappresentarlo con immagini: “Poiché dunque non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull’Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita” (Deuteronomio 4,15). Ma poiché Dio invisibile si è manifestato in Cristo visibile (Giovanni 14,9; Colossesi 1,15), il suo volto può e deve essere trasmesso.
Il culto delle immagini non è idolatria, ma confessione dell’Incarnazione, pedagogia della fede e memoria viva del mistero cristiano. Chi le respinge, cade in una spiritualità disincarnata, simile a quella dei manichei. Chi le venera, non adora la materia, ma il Dio fatto uomo, glorificato nei suoi santi.
Perciò la Chiesa cattolica proclama che le immagini sacre sono legittime, sante e necessarie alla vita cristiana.