IL GRIDO DI GESÙ SULLA CROCE

A cura di Giuseppe Monno

Il grido di Gesù sulla croce – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27,46; Marco 15,34) – non va interpretato come un dubbio sull’amore del Padre o una rottura della comunione trinitaria. Cristo, vero Dio e vero uomo, pronuncia le prime parole del Salmo 22 (21 nella numerazione greco-latina), un testo che inizia con un lamento straziante (vv. 2-22), ma si conclude in una proclamazione di fiducia e di vittoria (vv. 23-32).

Nella tradizione ebraica, citare l’incipit di un salmo significava richiamarne l’intero contenuto. Gesù, in mezzo alla passione, sta dunque pregando secondo la modalità del suo popolo: chi ascoltava sapeva che il Salmo 22 termina con il trionfo di Dio e la salvezza delle nazioni. È un annuncio velato che la sofferenza non avrà l’ultima parola.

Come vero uomo, Cristo vive fino in fondo l’esperienza della sofferenza, dell’angoscia e della percezione dell’abbandono, assumendo su di sé il peso del peccato del mondo (cf. Giovanni 1,29). San Paolo dice: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore» (2Corinzi 5,21). Non significa che il Padre abbia realmente abbandonato il Figlio nella sua divinità – cosa impossibile nell’unità della Trinità – ma che, nella sua umanità, Gesù sperimenta le tenebre spirituali che il peccato produce nell’uomo, pur essendo senza peccato.

Sant’Agostino osserva che Cristo, Capo del Corpo che è la Chiesa, in quel momento dà voce anche al grido di tutta l’umanità ferita: «Era la voce del Cristo totale: Capo e membra» (Enarrationes in Psalmos 21). San Gregorio Nazianzeno sottolinea che Cristo «assume ciò che è nostro per donarci ciò che è suo» (Oratio XLV. In Sanctum Pascha), e qui prende su di sé perfino la sensazione di lontananza da Dio, per trasfigurare tale esperienza in salvezza.

Il “grido” di Gesù è dunque un atto di preghiera estrema, non di disperazione definitiva. È il culmine dell’offerta redentrice: Egli entra nel buio più profondo dell’umano per illuminarlo dall’interno. In quel momento, Gesù rimane il Figlio obbediente che si affida totalmente al Padre (cf. Filippesi 2,8), aprendo per noi la via verso la comunione eterna.

Il Venerdì Santo, la Chiesa contempla questo grido non solo come espressione di dolore, ma come profezia di vittoria: ciò che agli occhi umani è la sconfitta della croce, agli occhi della fede è la glorificazione di Cristo (cf. Giovanni 12,32). Il Crocifisso che sembra abbandonato è in realtà il Signore che “attira tutti a sé” e porta a compimento la sua missione salvifica.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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