L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA

A cura di Giuseppe Monno

L’anima e lo spirito

Rifacendosi a queste parole di San Paolo:

«E tutto ciò che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Tessalonicesi 5,23),

alcuni autori, in particolare nella teologia protestante più recente, hanno sostenuto una visione tripartita dell’essere umano, ovvero costituito da corpo, anima e spirito. Tuttavia, questa interpretazione è stata contestata dalla tradizione patristica e dalla teologia cattolica, che riconoscono nell’essere umano un’unica anima razionale e spirituale, forma sostanziale del corpo.

In effetti, quando San Paolo usa il termine «spirito» (pneuma), non introduce una dualità della dimensione immateriale, ma intende lo spirito come l’anima in quanto elevata dalla grazia alla comunione con Dio. Questo uso è coerente con il contesto biblico in cui «anima» (psyché) e «spirito» (pneuma) sono spesso intercambiabili, pur indicando sfumature diverse: l’anima come principio di vita e coscienza, e lo spirito come apertura all’azione divina. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 367) afferma:

«Talvolta si fa distinzione tra anima e spirito. Così San Paolo prega per la santificazione dell’uomo ‘tutto intero, spirito, anima e corpo’ (1 Tessalonicesi 5,23). La Chiesa insegna che questa distinzione non introduce una dualità nell’anima. ‘Spirito’ significa che fin dalla sua creazione l’uomo è ordinato alla sua fine soprannaturale e che la sua anima è capace di essere elevata gratuitamente alla comunione con Dio.»

Il significato dei termini nefesh, psyché, ruach e pneuma

Per comprendere l’antropologia biblica, è essenziale analizzare i termini originali usati nella Scrittura:

nefesh (ebraico) e psyché (greco) indicano la vita (1 Re 19,4; Ezechiele 18,4; Matteo 16,25-26; 20,28; Giovanni 15,13), la persona vivente (Deuteronomio 20,16; Giosuè 10,28.40; Apocalisse 16,3), ma anche l’aspetto interiore dell’uomo (1 Re 17,21-22; Matteo 10,28; Apocalisse 6,9). Possono riferirsi all’intera persona (Genesi 2,7), alla bocca (Isaia 5,14; Abacuc 2,5), alla gola (Proverbi 25,25), persino al sangue (Levitico 17,14), a seconda del contesto.

ruach (ebraico) e pneuma (greco), anch’essi flessibili, indicano spesso lo spirito vitale (Siracide 34,13; Giacomo 2,26; 1 Pietro 3,19) o il respiro (Salmi 146,4) e, in contesto cristiano, lo Spirito Santo e i suoi doni (Isaia 11,2-3).

Nel pensiero biblico, l’uomo è un essere vivente unificato, non una somma di parti. Solo nel pensiero greco posteriore (Platone, in particolare) si elabora una netta separazione tra corpo e anima. Tuttavia, la rivelazione cristiana, pur accogliendo il lessico greco, lo trasforma profondamente.

L’immortalità dell’anima nella Sacra Scrittura

L’idea che l’anima sopravviva alla morte del corpo si sviluppa progressivamente nella Bibbia, fino a essere chiaramente espressa nel Nuovo Testamento. Alcuni passi dell’Antico Testamento lo prefigurano:

Giobbe 19,26-27

«Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio.»

Questo passaggio, di difficile traduzione, viene spesso interpretato nella tradizione cristiana come un’affermazione della speranza escatologica di vedere Dio anche dopo la morte. Sebbene il libro di Giobbe sia uno dei testi sapienziali più antichi, lascia spazio a un’idea di sopravvivenza personale.

2 Maccabei 15,12-16

Il Secondo Libro dei Maccabei, scritto nel II secolo a.C., riflette una teologia già evoluta dell’aldilà. La visione di Giuda Maccabeo, in cui appaiono i defunti Onia e Geremia, è una chiara testimonianza dell’esistenza dell’anima dopo la morte e della comunione dei santi, anticipando la dottrina cattolica sull’intercessione dei santi.

Matteo 10,28

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima…»

Gesù qui distingue tra anima e corpo in senso escatologico. Solo Dio ha il potere di giudicare definitivamente l’anima, che non muore con il corpo. La Geènna, simbolo del giudizio, richiama l’idea di una retribuzione post-mortem.

Luca 16,22-25 (Parabola del ricco e Lazzaro)

Gesù descrive il destino delle anime dopo la morte con grande realismo: Lazzaro viene consolato, il ricco è tormentato. Al di là del linguaggio figurato, la parabola afferma:

sopravvivenza cosciente dopo la morte;

retribuzione individuale;

impossibilità di passaggio tra le due condizioni.

2 Corinzi 5,6-10

Filippesi 1,23-24

San Paolo, nella sua teologia paolina della resurrezione, esprime chiaramente la coscienza di una vita con Cristo che inizia già dopo la morte. Il «partire dal corpo» significa essere presso il Signore, in attesa della resurrezione finale, quando anima e corpo si ricongiungeranno (cfr. 1 Corinzi 15).

Apocalisse 6,9-10

Le anime dei martiri gridano sotto l’altare: immagine fortemente liturgica, che mostra la comunione tra cielo e terra e l’attesa della giustizia finale. L’anima non solo vive, ma presta culto e intercede, un’anticipazione della “liturgia celeste” descritta in Apocalisse 7.

Le difficoltà sapienziali: Qoèlet

L’autore del Qoèlet, con un tono pessimistico, afferma:

«Tutto ritorna alla polvere» (Qoèlet 3,20)

e

«I morti non sanno nulla…» (Qoèlet 9,5).

Tuttavia, la stessa opera termina con un’apertura:

«E ritorni la polvere alla terra com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.» (Qoèlet 12,7)

La tensione del Qoèlet riflette la fase ancora incompiuta della rivelazione sull’aldilà, ma non nega la sopravvivenza dell’anima. Il pieno sviluppo si avrà solo con la rivelazione cristiana.

La dottrina dell’immortalità dell’anima nella Tradizione cristiana

Già i primi Padri (Giustino, Ireneo, Tertulliano) affermano con forza che l’anima è immortale, non per natura, ma per dono di Dio. Origene distingue tra immortalità «naturale» (come credeva Platone) e «condizionata»: l’anima può vivere per sempre se unita a Dio.

Concilio Lateranense V (1513):

«L’anima è immortale e individuale, e sopravvive al corpo.»

Questa affermazione definisce in modo solenne ciò che era già stato creduto sempre e ovunque nella Chiesa.

Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 366):

«La Chiesa insegna che ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio – non è ‘prodotta’ dai genitori – ed è immortale: essa non perisce quando si separa dal corpo nella morte.»

Risurrezione e giudizio finale

Secondo la Scrittura, l’anima dell’uomo sopravvive alla morte, ma il suo destino ultimo si compirà nella risurrezione dei corpi:

«Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno.» (Daniele 12,2)

«Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce…» (Giovanni 5,28-29)

«I morti in Cristo risorgeranno per primi.» (1 Tessalonicesi 4,16)

Alla fine dei tempi, corpo e anima saranno riuniti per essere giudicati insieme e partecipare eterna beatitudine o alla perdizione eterna (Matteo 25,31-46).

Conclusione

La dottrina dell’immortalità dell’anima è radicata nella Rivelazione e chiarita progressivamente nella storia della salvezza. L’anima dell’uomo, creata da Dio e immagine di Lui, non perisce con la morte del corpo, ma continua ad esistere in stato cosciente. In attesa della risurrezione finale, essa riceve già un premio o un castigo temporaneo, preludio della retribuzione definitiva alla fine dei tempi.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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