LE PREGHIERE RIPETITIVE SONO GRADITE A DIO

A cura di Giuseppe Monno

Matteo 6,7-8
«Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire esauditi a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.»

A partire da questo passo del Vangelo, alcuni ambienti protestanti affermano che le preghiere ripetitive – come il Rosario o le litanie – non siano gradite a Dio. Ma è davvero così? Assolutamente no. In realtà, in nessun versetto della Scrittura si condanna la ripetizione in sé nella preghiera; ciò che Gesù contesta è l’uso vano e meccanico delle parole, non la loro ripetizione devota e carica di fede.

Vediamo alcuni esempi biblici in cui la preghiera ripetitiva è non solo presente, ma anche apprezzata da Dio:

Il Salmo 136 (spesso indicato come Salmo 135 nella numerazione greco-latina) ripete ben ventisei volte l’espressione: «Perché eterna è la sua misericordia» (vv. 1-26).

Il Salmo 150 chiude il Salterio con una serie di dieci inviti alla lode del Signore (vv. 1-6).

La preghiera dei tre giovani nella fornace (Daniele 3,52-90) contiene oltre quaranta ripetizioni della formula: «Benedite, opere tutte del Signore, il Signore».

Gesù stesso, quando insegna a pregare, offre una formula che la Chiesa ha sempre accolto come modello da ripetere: «Padre nostro che sei nei cieli…» (Matteo 6,9-13).

Nel Getsemani, il Signore prega ripetendo le stesse parole per tre volte: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Matteo 26,39.42.44).

In Apocalisse 4,8, i quattro esseri viventi intorno al trono di Dio non cessano giorno e notte di proclamare: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!»


Tutti questi esempi mostrano chiaramente che la preghiera ripetitiva, quando è animata dalla fede, non solo è accettata, ma è anche gradita a Dio.

Gesù, nel passo di Matteo 6, non condanna la ripetizione, ma l’atteggiamento pagano di chi pensa di ottenere qualcosa da Dio solo per mezzo di formule lunghe e vuote, senza coinvolgimento interiore. I pagani credevano che la divinità dovesse essere persuasa o “obbligata” a esaudire, attraverso pratiche magiche o riti meccanici. Gesù ci insegna invece che il Padre celeste conosce i nostri bisogni ancora prima che glieli esprimiamo.

I cattolici, nelle loro preghiere, non si affidano alla quantità delle parole, ma pregano con amore, fede e speranza, proprio come insegna la Scrittura. Le ripetizioni nel Rosario o nelle litanie non sono formule vuote, ma espressioni di un amore che si rinnova, come accade fra due persone innamorate che non si stancano mai di dirsi: «Ti amo».

E se l’amato terreno non si stanca di sentirsi ripetere parole d’affetto, quanto più Dio, che è l’Amore infinito, si compiace delle parole sincere dei suoi figli. Come gli angeli che incessantemente lodano Dio con la stessa invocazione, così anche noi possiamo ripetere con cuore puro le nostre preghiere, e Dio le accoglie con gioia.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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