A cura di Giuseppe Monno

Marco 13,32
“Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.”
Commento
Non spettava ai discepoli conoscere quei tempi, poiché riservati all’autorità di Dio Padre (Atti 1,7). Ma Gesù è un solo Dio col Padre (Giovanni 10,30) e conosce perfettamente tutte le cose (Giovanni 21,17), poiché in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Colossesi 2,3), perciò nulla gli è occulto, compreso il momento del giudizio.
Nel linguaggio teologico dell’economia della salvezza, l’espressione “non sapere” attribuita a Gesù non va interpretata come una reale ignoranza nella sua Persona divina, ma come una forma pedagogica di “non rivelazione”, in vista del disegno salvifico. Non si tratta di un limite ontologico nella sua divinità, ma di un atto intenzionale, funzionale alla missione redentiva e alla crescita spirituale dell’umanità.
Gesù Cristo, Verbo incarnato, conosce tutte le cose nella sua natura divina, ma sceglie di manifestare la verità in modo progressivo, secondo la capacità di accoglienza dei suoi discepoli. Questa è l’economia della rivelazione, cioè una rivelazione dosata nel tempo, con sapienza e pazienza, per guidare l’uomo alla fede, alla speranza e alla vigilanza.
In questo senso, il “non sapere” di Gesù è una modalità educativa: non perché Egli ne sia privo, ma perché non vuole forzare l’uomo alla conoscenza, bensì invitarlo a cercare, a vigilare, a crescere. Il suo silenzio o la sua reticenza su alcune verità sono atti pedagogici, non segni di ignoranza.
Sant’Agostino, a tal proposito, afferma: “Poté dire di non sapere ciò che non voleva che gli altri sapessero per mezzo di lui.” (De Trinitate, I, 12). Cristo non mente, ma adotta un linguaggio funzionale al mistero. Anche i suoi silenzi (Marco 8,10-13; Luca 23,8-9), le contro-domande (Marco 11,27-33), l’insistenza sul silenzio di quelli che Egli guariva o riportava alla vita (Marco 1,44; 5,43), e il comando ai discepoli (Marco 8,30; 9,9) e ai demòni (Marco 1,25.34) di non parlare di Lui, mostrano una chiara intenzionalità pedagogica: sceglie il momento opportuno per rivelare, in sintonia con la maturazione interiore dei suoi interlocutori (Giovanni 16,12: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per ora non siete in grado di portarne il peso”).
Così si manifesta la sapienza dell’economia salvifica della rivelazione: il Verbo eterno guida l’uomo, passo dopo passo, verso la pienezza della verità (Giovanni 16,13), senza imporre, ma accompagnando con amore la libertà umana.
Le parole «oude ho huios» (neppure il Figlio) sono omesse per ragioni teologiche in alcuni manoscritti bizantini tardivi e in alcune copie della Vulgata. Sono presenti invece in manoscritti più autorevoli: Codice Vaticano (B), Codice Sinaitico (א), Papiro 88, Codice Alessandrino (A), Codice Ephraemi Rescriptus (C), Codice Washingtoniano (W), Codice Bezae (D), risalenti ai secoli IV-VI. Ma noi rispondiamo a chi ci chiede ragione di quelle parole, e perché non esultino i discepoli di Ario e di Eunomio credendo di poterci zittire.