A cura di Giuseppe Monno

Matteo 26,26-29
26 Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». 27 Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. 29 Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».
vv. 26-28 Istituzione dell’Eucaristia
Il brano costituisce uno dei testi fondamentali per la teologia e la liturgia cattolica, poiché riferisce l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione. In queste parole solenni, la Chiesa riconosce l’origine del Sacramento dell’Altare, che è al tempo stesso memoriale, sacrificio e presenza reale del Signore risorto.
Con le parole «questo è il mio corpo» e «questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati», Gesù non utilizza un linguaggio figurato, ma compie ciò che dice. In quel momento avviene un’autentica conversione sostanziale del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo. La Chiesa cattolica esprime questa realtà con il termine Transustanziazione, che indica il cambiamento della sostanza degli elementi eucaristici, pur restando invariati gli accidenti sensibili (aspetto, gusto, ecc.).
L’Eucaristia non è solo un banchetto sacro, ma è, in modo essenziale, il Sacrificio di Cristo reso presente in modo sacramentale. Gesù, infatti, anticipa nel segno sacramentale ciò che compirà il giorno seguente sul Calvario: offre sé stesso al Padre per la salvezza dell’umanità. Il riferimento al “sangue dell’alleanza” evoca l’alleanza del Sinai (Esodo 24), ma la supera, poiché questa è “la nuova ed eterna alleanza”, sigillata non con sangue di animali, ma con il sangue del Figlio di Dio.
Con l’Eucaristia, Cristo rende attuale e accessibile a ogni generazione il mistero della Redenzione. La celebrazione della Santa Messa è, pertanto, la ripresentazione sacramentale del sacrificio della Croce, nella quale il sacerdote agisce in persona Christi, e il popolo partecipa in modo attivo e consapevole all’azione salvifica di Cristo.
Ricevere il Corpo e il Sangue del Signore significa entrare in comunione profonda con Lui, essere uniti a Lui in un vincolo d’amore che trasforma interiormente, rafforza l’unione ecclesiale e anticipa la comunione perfetta nel Regno di Dio.
L’invito di Gesù – «Prendete e mangiate… Bevetene tutti» – è un appello personale alla fede e alla partecipazione: ogni fedele è chiamato ad accogliere Cristo nella propria vita, a nutrirsi della sua presenza reale, e a lasciarsi conformare sempre più a Lui.
v. 29 Una solenne promessa
Questo passaggio evangelico possiede una forte connotazione teologica e un chiaro tono escatologico. È molto più di un semplice saluto: si tratta di una promessa. Gesù, consapevole dell’imminenza della sua passione e morte, dichiara che non berrà più il frutto della vite – simbolo biblico della gioia, della benedizione e della comunione – fino alla sua piena realizzazione nel Regno del Padre.
Il «non berrò più» rappresenta un addio terreno, carico di solennità e consapevolezza: il tempo della presenza visibile di Cristo nel mondo sta per giungere al suo culmine salvifico. Tuttavia, questo addio è immediatamente seguito da una promessa: «fino a quando lo berrò nuovo con voi». Il vino “nuovo” rimanda al banchetto escatologico, figura del compimento definitivo del Regno, quando Cristo, risorto e glorificato, sarà di nuovo in comunione con i suoi discepoli nella gioia piena ed eterna.
In questa prospettiva, il gesto eucaristico di Gesù assume un significato profondo: l’Eucaristia che la Chiesa celebra nel tempo è memoria viva del sacrificio di Cristo, ma anche anticipazione sacramentale del banchetto celeste. Ogni celebrazione eucaristica è un’anticipazione reale – anche se ancora velata – della piena comunione che sarà vissuta nel Regno, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Corinzi 15,28).
Il fatto che Gesù dica «con voi», sottolinea che questa comunione non sarà solo sua, ma condivisa: egli promette di bere di nuovo con i suoi discepoli, cioè con la Chiesa. Non si tratta di una separazione definitiva, ma dell’inizio di un’attesa gravida di speranza. L’annuncio, dunque, è profondamente cristologico ed ecclesiale: Cristo non si allontana per sempre, ma apre una nuova modalità di presenza, quella sacramentale, che conduce alla pienezza della comunione eterna.
In sintesi, questo versetto racchiude in sé il mistero pasquale nella sua interezza: passione, morte, risurrezione e glorificazione. Ed è nello stesso tempo una dichiarazione di amore e una solenne promessa: Gesù si congeda, ma con la certezza del ritorno glorioso e della comunione eterna con coloro che avranno partecipato alla sua vita e alla sua croce. È questa la sorgente della speranza cristiana: l’attesa del Regno, la certezza della comunione con Cristo, la promessa del vino nuovo che sarà gustato insieme a Lui nella gioia eterna.
Una opinione su "Commento al Vangelo secondo Matteo (26,26-29)"
I commenti sono chiusi.