I LIBRI DEI MACCABEI

A cura di Giuseppe Monno

I protestanti rifiutano come divinamente ispirati i primi due libri dei Maccabei, sostenendo che siano pieni di errori e falsi insegnamenti. Elencano vari motivi per i quali li considerano apocrifi:

1. Nel primo libro dei Maccabei si narra la morte di Giuda il Maccabeo in battaglia (1Maccabei 9,17-19), ma nel secondo libro lo si ritrova vivo mentre scrive una lettera agli Ebrei in Egitto (2Maccabei 1,9-10).

2. Il secondo libro afferma che Geremia nascose l’arca dell’alleanza sul monte Sinai (2Maccabei 2,1-8), contraddicendo il libro di Geremia, secondo cui non se ne sarebbe più parlato (Geremia 3,14-16).

3. Si trovano tre racconti diversi della morte di Antioco IV Epifane: per crepacuore (1Maccabei 6,8-9), lapidazione (2Maccabei 1,16), e malattia (2Maccabei 9,1-28).

4. Il secondo libro insegna la preghiera per i defunti (2Maccabei 12,38-45), mai menzionata – si sostiene – nel resto della Scrittura.

5. Il secondo libro insegna l’intercessione dei morti per i vivi (2Maccabei 15,6-16), dottrina ritenuta estranea alla Bibbia.

6. L’autore del secondo libro afferma di non essere ispirato da Dio (2Maccabei 15,38).

7. I libri dei Maccabei non sono mai citati da Gesù o dagli apostoli.

8. Non furono accettati né dagli Ebrei né dai primi cristiani.

9. Lo Spirito Santo – si sostiene – non ne attesta l’ispirazione nei credenti.

Risposta punto per punto

1. Apparente contraddizione sulla morte di Giuda

Il secondo libro dei Maccabei non è una continuazione, ma un racconto parallelo che si concentra su eventi precedenti la morte di Giuda. Perciò, trovarlo vivo nel secondo libro non è una contraddizione, ma una questione di struttura narrativa.

2. Contrasto sul destino dell’arca

I protestanti citano Geremia 3,16 per sostenere che dell’arca non si sarebbe più parlato. Tuttavia, l’Apocalisse ne parla:

“Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza” (Apocalisse 11,19).

Esistono inoltre altre discrepanze nella Scrittura:

Giòsafat, secondo 1Re 22,43-44 non eliminò le alture, ma secondo 2Cronache 17,6 sì.

Nella trasfigurazione, Matteo scrive “sei giorni dopo” (Matteo 17,1), Luca “otto giorni dopo” (Luca 9,28).

Nella crocifissione, Marco 15,32 dice che entrambi i ladroni insultavano Gesù; Luca 23,39-41 riporta che uno solo lo fece.

Tali differenze dimostrano che la coerenza perfetta non è il criterio primario per determinare l’ispirazione divina di un testo.

3. Diverse versioni della morte di Antioco IV Epifane

La Chiesa cattolica non considera queste discrepanze come contraddizioni storiche, ma come diversi punti di vista teologici ispirati su un unico evento storico: la morte dell’empio re come segno della giustizia di Dio.

Le Scritture rivelano la verità salvifica attraverso diversi generi letterari, e non sempre in chiave cronachistica. (cfr. Dei Verbum, 12)

Ogni autore sacro usa un genere letterario diverso (storico, didattico, edificante) per mostrare lo stesso messaggio:

“Chi si innalza contro Dio, sarà umiliato.” (cfr. Luca 14,11)

Morte per crepacuore — 1 Maccabei 6,8-13

Quando il re udì queste notizie, restò sbalordito e profondamente scosso. Ammalato di dolore perché i suoi disegni erano falliti, si mise a letto… Disse: “So che per questo motivo mi sono sopraggiunti questi mali; ecco, muoio con grande dolore in terra straniera.”

Antioco, sconfitto e umiliato, muore di tristezza e rimorso dopo aver riconosciuto i suoi peccati contro Gerusalemme e il Tempio.

Si tratta di una morte psicologica, dovuta al rimorso. Non è violenta, ma morale e interiore: un giudizio divino espresso nel fallimento e nel dolore. Il messaggio: chi profana il Tempio non trova pace.

Morte per lapidazione — 2 Maccabei 1,13-16

Antioco si recò con i suoi amici in un tempio per sposare la figlia del re Tolomeo. Gli abitanti del tempio lo attaccarono, e con pietre e spade lo ferirono gravemente, e lo fecero a pezzi, gettandone le membra ai presenti.

Qui Antioco muore lapidato e mutilato da una folla pagana mentre tenta di saccheggiare un tempio straniero.

È un racconto teologico e ironico: colui che voleva profanare il Tempio di Gerusalemme muore mentre profana un tempio straniero. Si tratta di una narrazione esemplare più che storica, inserita per mostrare la giustizia retributiva divina. Il messaggio: Dio fa sì che la sua empietà gli si ritorca contro.

Morte per malattia — 2 Maccabei 9,1-28

Il Signore onnisciente, Dio d’Israele, lo colpì con un male incurabile e invisibile: un dolore atroce alle viscere… Vermi pullulavano dal suo corpo e la carne gli cadeva a pezzi.

Antioco viene colpito da una malattia orribile, segno del castigo di Dio. Soffre, riconosce la potenza del Signore, promette di cambiare vita, ma muore comunque nel tormento.

È il racconto più teologico e moralizzato. Il messaggio: il peccatore impenitente sperimenta già sulla terra la punizione divina; l’empietà e la superbia vengono punite nel corpo stesso del peccatore.

Insomma, le “tre morti” vengono interpretate come tre prospettive complementari:

Storica: Antioco effettivamente muore in Persia dopo le sue campagne.

Morale: Muore come empio punito da Dio, esempio del destino di chi si oppone al Signore.

Spirituale: La sua fine manifesta la vittoria del Dio d’Israele sul potere idolatrico e arrogante del mondo.

Due differenti versioni della morte sono attribuite a Giuda Iscariota: impiccagione (Matteo 27,5) e caduta rovinosa (Atti 1,18).

Analogamente, ci sono due racconti della creazione (Genesi 1-2) con ordini diversi. Le apparenti incongruenze riflettono tradizioni diverse, come la sacerdotale e la jahvista.

4. Preghiera per i defunti

Non è corretto affermare che la Bibbia ignori del tutto la preghiera per i defunti. Un passo significativo si trova nella seconda lettera di Paolo a Timoteo, redatta durante la sua ultima prigionia a Roma, poco prima del martirio (2Timoteo 4,6-8). In essa, l’apostolo scrive:

“Il Signore usi misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha confortato spesso e non si vergognò delle mie catene; anzi, appena giunto a Roma, mi cercò con premura e mi trovò. Conceda a lui il Signore di trovare misericordia da parte del Signore in quel giorno. E quante cose egli servì a Efeso, lo sai meglio di me.” (2Timoteo 1,16-18)

Paolo si riferisce a Onesìforo al passato, il che lascia intendere che fosse già morto al momento della stesura della lettera. Non viene menzionato tra coloro che erano ancora in vita o attivi nella missione, né risulta presente con Paolo (2Timoteo 4,11), né con la propria famiglia (2Timoteo 4,19). Questo dettaglio rafforza l’ipotesi della sua morte.

Alcuni interpretano invece che Onesìforo fosse semplicemente lontano. Tuttavia, se fosse stato solo assente, perché Paolo non ne parla esplicitamente, come fa con tanti altri nella stessa lettera?

Infatti, Dema ha abbandonato Paolo per andare a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia; Tito in Dalmazia; Tìchico è stato inviato a Efeso; Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo è malato a Milèto; Luca è rimasto con Paolo a Roma. E Onesìforo?

Perché Paolo prega per lui, chiedendo al Signore di concedergli misericordia in quel giorno — espressione che richiama chiaramente il giudizio finale?

Tutto ciò suggerisce che ci troviamo di fronte a un raro ma importante esempio di preghiera per un defunto, presente proprio nel Nuovo Testamento.

5. Intercessione dei Santi

I Santi in cielo sono in perfetta comunione con Dio, e attraverso questa perfetta comunione partecipano alla conoscenza divina, non in maniera autonoma ma per partecipazione. San Tommaso d’Aquino afferma che i Santi in cielo conoscono le preghiere dei fedeli perché Dio gliele manifesta (Summa Theologiae, II-II, q. 83, a. 11). Le loro preghiere sono più efficaci delle nostre, a causa della loro maggiore vicinanza a Dio. I Santi, essendo giusti resi perfetti (Ebrei 12,22-24), sono considerati potenti intercessori (Giacomo 5,16). L’efficacia deriva dalla loro unione perfetta con la volontà divina.

In cielo non esiste inattività (Matteo 17,3; Luca 16,9), anzi, i Santi regnano con Cristo (Apocalisse 20,4.6), perciò non cessano di intercedere per noi presso Dio, presentandogli i meriti che hanno acquistato sulla terra per mezzo dell’unico Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù. Non cessano di prendersi cura di quelli che hanno lasciato sulla terra. I Santi in cielo vedono Dio e, in Lui, conoscono le nostre necessità. Uno è il corpo di Cristo, che è la Chiesa (Colossesi 1,24; 1Corinzi 12,24-27). Questo implica che i fedeli sulla terra (Chiesa militante), le anime in purgatorio (Chiesa purgante), e i Santi in cielo (Chiesa trionfante) sono in comunione reale tra loro. Questa unione include la comunicazione spirituale, anche attraverso la preghiera e l’intercessione.

6. Presunta mancanza di ispirazione

La frase di 2Maccabei 15,38 riflette umiltà stilistica, non mancanza d’ispirazione. L’autore riconosce i limiti della sua esposizione, non del contenuto. Anche Paolo a volte esprime giudizi personali nelle sue lettere (1Corinzi 7,12).
Il libro fu ampiamente accolto dagli ebrei ellenistici fino alla metà del I secolo d.C., e usato da Gesù e dagli apostoli, che citavano la Septuaginta.

7. Menzioni da parte di Gesù o degli apostoli

Gesù e gli apostoli non citano esplicitamente molti altri libri biblici, come Ester o il Cantico dei Cantici, ma ciò non ne compromette l’ispirazione. Inoltre, nel Nuovo Testamento ci sono oltre trecento citazioni tratte dalla Septuaginta, che include i libri dei Maccabei.

8. Accoglienza da parte degli ebrei e dei primi cristiani

Fino alla metà del I secolo gli ebrei utilizzavano sia la Tanakh ebraica che la Septuaginta greca.

La Septuaginta include anche i libri dei Maccabei. I cristiani dei primi secoli l’hanno accolta come autorevole. Il rifiuto della Septuaginta da parte dei rabbini fu una reazione al cristianesimo nascente, che ne faceva uso. I protestanti rigettano i libri dei Maccabei perché non accettati dai rabbini, ma gli stessi rabbini rigettano anche i libri del Nuovo Testamento. Cristo, però, ha tolto a Israele le chiavi del regno dei cieli, e le ha date alla Chiesa (Matteo 16,19), con il potere di legare e sciogliere (Matteo 18,18).

Il canone biblico fu definito:

nel 382 con il Decreto di Damaso;

confermato nel Concilio di Trento (1546).


Due differenti versioni della morte sono attribuite a Giuda Iscariota: impiccagione (Matteo 27,5) e caduta rovinosa (Atti 1,18).

Analogamente, ci sono due racconti della creazione (Genesi 1-2) con ordini diversi. Le apparenti incongruenze riflettono tradizioni diverse, come la sacerdotale e la jahvista.

4. Preghiera per i defunti

Non è corretto affermare che la Bibbia ignori del tutto la preghiera per i defunti. Un passo significativo si trova nella seconda lettera di Paolo a Timoteo, redatta durante la sua ultima prigionia a Roma, poco prima del martirio (2Timoteo 4,6-8). In essa, l’apostolo scrive:

“Il Signore usi misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha confortato spesso e non si vergognò delle mie catene; anzi, appena giunto a Roma, mi cercò con premura e mi trovò. Conceda a lui il Signore di trovare misericordia da parte del Signore in quel giorno. E quante cose egli servì a Efeso, lo sai meglio di me.” (2Timoteo 1,16-18)

Paolo si riferisce a Onesìforo al passato, il che lascia intendere che fosse già morto al momento della stesura della lettera. Non viene menzionato tra coloro che erano ancora in vita o attivi nella missione, né risulta presente con Paolo (2Timoteo 4,11), né con la propria famiglia (2Timoteo 4,19). Questo dettaglio rafforza l’ipotesi della sua morte.

Alcuni interpretano invece che Onesìforo fosse semplicemente lontano. Tuttavia, se fosse stato solo assente, perché Paolo non ne parla esplicitamente, come fa con tanti altri nella stessa lettera?

Infatti, Dema ha abbandonato Paolo per andare a Tessalonica; Crescente è andato in Galazia; Tito in Dalmazia; Tìchico è stato inviato a Efeso; Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo è malato a Milèto; Luca è rimasto con Paolo a Roma. E Onesìforo?

Perché Paolo prega per lui, chiedendo al Signore di concedergli misericordia in quel giorno — espressione che richiama chiaramente il giudizio finale?

Tutto ciò suggerisce che ci troviamo di fronte a un raro ma importante esempio di preghiera per un defunto, presente proprio nel Nuovo Testamento.

5. Intercessione dei Santi

I Santi in cielo sono in perfetta comunione con Dio, e attraverso questa perfetta comunione partecipano alla conoscenza divina, non in maniera autonoma ma per partecipazione. San Tommaso d’Aquino afferma che i Santi in cielo conoscono le preghiere dei fedeli perché Dio gliele manifesta (Summa Theologiae, II-II, q. 83, a. 11). Le loro preghiere sono più efficaci delle nostre, a causa della loro maggiore vicinanza a Dio. I Santi, essendo giusti resi perfetti (Ebrei 12,22-24), sono considerati potenti intercessori (Giacomo 5,16). L’efficacia deriva dalla loro unione perfetta con la volontà divina.

In cielo non esiste inattività (Matteo 17,3; Luca 16,9), anzi, i Santi regnano con Cristo (Apocalisse 20,4.6), perciò non cessano di intercedere per noi presso Dio, presentandogli i meriti che hanno acquistato sulla terra per mezzo dell’unico Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù. Non cessano di prendersi cura di quelli che hanno lasciato sulla terra. I Santi in cielo vedono Dio e, in Lui, conoscono le nostre necessità. Uno è il corpo di Cristo, che è la Chiesa (Colossesi 1,24; 1Corinzi 12,24-27). Questo implica che i fedeli sulla terra (Chiesa militante), le anime in purgatorio (Chiesa purgante), e i Santi in cielo (Chiesa trionfante) sono in comunione reale tra loro. Questa unione include la comunicazione spirituale, anche attraverso la preghiera e l’intercessione.

6. Presunta mancanza di ispirazione

La frase di 2Maccabei 15,38 riflette umiltà stilistica, non mancanza d’ispirazione. L’autore riconosce i limiti della sua esposizione, non del contenuto. Anche Paolo a volte esprime giudizi personali nelle sue lettere (1Corinzi 7,12).
Il libro fu ampiamente accolto dagli ebrei ellenistici fino alla metà del I secolo d.C., e usato da Gesù e dagli apostoli, che citavano la Septuaginta.

7. Menzioni da parte di Gesù o degli apostoli

Gesù e gli apostoli non citano esplicitamente molti altri libri biblici, come Ester o il Cantico dei Cantici, ma ciò non ne compromette l’ispirazione. Inoltre, nel Nuovo Testamento ci sono oltre trecento citazioni tratte dalla Septuaginta, che include i libri dei Maccabei.

8. Accoglienza da parte degli ebrei e dei primi cristiani

Fino alla metà del I secolo gli ebrei utilizzavano sia la Tanakh ebraica che la Septuaginta greca.

La Septuaginta include anche i libri dei Maccabei. I cristiani dei primi secoli l’hanno accolta come autorevole. Il rifiuto della Septuaginta da parte dei rabbini fu una reazione al cristianesimo nascente, che ne faceva uso. I protestanti rigettano i libri dei Maccabei perché non accettati dai rabbini, ma gli stessi rabbini rigettano anche i libri del Nuovo Testamento. Cristo, però, ha tolto a Israele le chiavi del regno dei cieli, e le ha date alla Chiesa (Matteo 16,19), con il potere di legare e sciogliere (Matteo 18,18).

Il canone biblico fu definito:

nel 382 con il Decreto di Damaso;

confermato nel Concilio di Trento (1546).

La Chiesa cattolica elaborò il canone biblico per custodire la rivelazione e garantire l’integrità della fede.

I protestanti, nati nel XVI secolo, accolsero il canone cattolico, ma rigettarono i sette libri deuterocanonici – tra cui quelli dei Maccabei – esclusi dal canone ebraico. Lutero considerava di dubbia ispirazione anche il libro dell’Apocalisse, nel quale non riusciva a trovare “nulla di evangelico o apostolico”, e la lettera di Giacomo, che egli chiamava “epistola di paglia priva dell’essenza del Vangelo” (Martin Lutero, Prefazione al Nuovo Testamento, anno 1522), poiché contraddice la sua dottrina del Sola Fide, sostenendo l’importanza delle opere (Giacomo 2,14-26).

9. Testimonianza dello Spirito Santo

I protestanti sostengono di essere guidati dallo Spirito Santo, ma le divisioni tra loro sono innumerevoli:

trinitari e antitrinitari;

fautori del battesimo dei neonati e suoi oppositori;

sostenitori del libero arbitrio e della predestinazione.

Tutti affermano di seguire la Bibbia e lo Spirito, ma lo Spirito di Dio non è spirito di confusione (1Corinzi 14,33). La molteplicità di interpretazioni e confessioni contraddittorie è sintomo di assenza di un’autorità interpretativa unificata. La Chiesa cattolica, invece, possiede questo Magistero, guidato dallo Spirito Santo, che ha definito il canone biblico e ne custodisce l’interpretazione.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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