LIBRI DEUTEROCANONICI

A cura di Giuseppe Monno

Sono detti deuterocanonici quei libri esclusi dal canone biblico ebraico, ma successivamente inclusi nel canone biblico cattolico e in quello ortodosso. I libri deuterocanonici comprendono Tobia, Giuditta, Sapienza, 1 Maccabei, 2 Maccabei, Baruc e Siracide.

Con la Riforma protestante del XVI secolo, Martin Lutero e i suoi seguaci accolsero i trentanove libri protocanonici presenti nel canone biblico ebraico e rifiutarono i sette libri deuterocanonici riconosciuti, invece, dal canone cattolico e da quello ortodosso. I riformatori respinsero i deuterocanonici principalmente per motivi dottrinali e perché erano stati rifiutati dai rabbini.

Questi libri, sebbene letti dagli ebrei fino alla prima metà del I secolo, non furono inseriti nel canone ebraico ufficiale, stabilito dai rabbini verso la fine della seconda metà del I secolo o all’inizio del II secolo. In passato si faceva risalire la definizione del canone ebraico al sinodo di Jamnia, ma oggi molti studiosi ne negano l’effettiva esistenza.

I libri deuterocanonici erano scritti in lingua greca, mentre il canone ebraico comprendeva esclusivamente testi redatti in ebraico e aramaico. Alcuni libri deuterocanonici, come Tobia e Maccabei, contengono insegnamenti in contrasto con quelli del protestantesimo — ad esempio il suffragio per i defunti e l’idea che l’elemosina copra molti peccati — e per questo Lutero li collocò in appendice alla sua Bibbia, come libri apocrifi, utili alla lettura ma non portatori di verità rivelate. Col tempo, i suoi seguaci li eliminarono definitivamente dalla Bibbia.

L’ex monaco agostiniano considerava inoltre di dubbia ispirazione il libro dell’Apocalisse, nel quale non riusciva a trovare “nulla di evangelico o apostolico”, e la lettera di Giacomo, che egli definiva “epistola di paglia, priva dell’essenza del Vangelo” (Martin Lutero, Prefazione al Nuovo Testamento, 1522), poiché contraddiceva la sua dottrina del Sola Fide, sostenendo l’importanza delle opere (Giacomo 2,14-26).

Nel VI secolo a.C. il sovrano babilonese Nabucodonosor II conquistò Gerusalemme e deportò i Giudei a Babilonia. Quando Ciro il Grande conquistò Babilonia, emanò un decreto che permetteva ai Giudei di ritornare nella loro terra d’origine e di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, distrutto da Nabucodonosor II. Tuttavia, non tutti i Giudei tornarono nella loro terra: molti preferirono restare a Babilonia, mentre altri si stabilirono a Roma, ad Alessandria e in varie regioni del mondo ellenistico.

A seguito delle conquiste di Alessandro Magno nell’area del Mediterraneo orientale, dal IV secolo a.C. il greco koiné divenne la lingua franca, sia parlata che scritta. Poiché l’ebraico era ormai divenuto incomprensibile per i Giudei della diaspora, abituati al greco koiné come lingua predominante, gli scribi realizzarono una traduzione greca della Tanakh ebraica per consentire a quelle comunità di Giudei ellenofoni di accedere al testo sacro e partecipare alla vita religiosa e culturale del popolo eletto.

Questa traduzione greca, chiamata Septuaginta, deve il suo nome al numero dei traduttori — settantadue, ma arrotondato a settanta — in analogia con il numero degli anziani radunati da Mosè in mezzo al popolo eletto (Numeri 11,16-25). La Septuaginta fu utilizzata nelle sinagoghe e nelle pratiche religiose delle comunità ebraiche di lingua greca.

Nella Chiesa primitiva, la Septuaginta era tenuta in grande considerazione: basti notare che nel Nuovo Testamento si trovano circa trecento citazioni tratte da essa. Ad esempio, in Matteo 1,23 l’evangelista si rifà alla versione di Isaia 7,14 presente nella Septuaginta. Nel Testo Masoretico compare infatti il termine ebraico almâ, che significa “giovane”, mentre nella Septuaginta si trova il greco parthénos, che significa “vergine”. Se Matteo si fosse basato sulla Tanakh ebraica, avrebbe utilizzato neànis (“giovane”) invece di parthénos (“vergine”). La Septuaginta include i sette libri deuterocanonici accolti da cattolici e ortodossi.

A partire dalla seconda metà del I secolo, gli ebrei si allontanarono dalla Septuaginta, soprattutto a causa dei contrasti con la Chiesa primitiva, che ne faceva ampio uso. Alcuni vescovi, prima del IV secolo, consideravano di dubbia ispirazione i libri di Tobia, Giuditta, Sapienza, 1 e 2 Maccabei, Baruc e Siracide. Vi furono inoltre dubbi riguardo alla Lettera agli Ebrei, alla Lettera di Giacomo, alle due Lettere di Pietro, alla seconda e terza Lettera di Giovanni, alla Lettera di Giuda e al libro dell’Apocalisse.

Un frammento scoperto nel 1740 dal presbitero Ludovico Antonio Muratori, datato generalmente alla fine del II secolo, riporta un elenco dei libri del Nuovo Testamento che omette la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo e le due Lettere di Pietro.

Eusebio di Cesarea, vissuto nel IV secolo, testimonia che tra i libri discussi vi erano la Lettera di Giacomo, la seconda Lettera di Pietro, la seconda e la terza Lettera di Giovanni, la Lettera di Giuda e il libro dell’Apocalisse (Storia Ecclesiastica, III, 25, 3-4). Eusebio cita anche Origene, affermando che quest’ultimo riteneva dubbia la seconda Lettera di Pietro e le prime due Lettere di Giovanni (Storia Ecclesiastica, VI, 25, 8.10).

In un sinodo convocato a Roma nell’anno 382, Papa Damaso decretò la lista dei libri da ritenere ispirati. Tale lista fu accolta e confermata dai sinodi di Ippona e di Cartagine, convocati negli anni 393, 397 e 419.

La Chiesa cattolica stabilì definitivamente il proprio canone biblico nel 1546, durante la quarta sessione del Concilio di Trento, con il decreto De Canonicis Scripturis, che riconosce come canonici settantatré libri, suddivisi in quarantasei dell’Antico Testamento e ventisette del Nuovo Testamento.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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