A cura di Giuseppe Monno

Il monotelismo e il monoenergismo sono eresie cristologiche sorte nel VII secolo, che negano la piena umanità di Cristo, sostenendo che in lui vi sia una sola volontà (monotelismo) e una sola attività o energia (monoenergismo), entrambe esclusivamente divine. Queste dottrine negano quindi la distinzione tra la volontà e l’operare umano e divino in Cristo, compromettendo il dogma dell’incarnazione, secondo cui il Verbo di Dio si è fatto pienamente uomo, assumendo non solo un corpo umano, ma anche un’anima razionale, cioè una volontà e un’energia proprie della natura umana.
Il contesto in cui queste eresie presero piede era segnato da profonde divisioni all’interno dell’Impero bizantino, soprattutto dopo il Concilio di Calcedonia (451), che aveva definito Cristo «vero Dio e vero uomo» in due nature unite in una sola persona (unione ipostatica). Tuttavia, molte comunità orientali, specialmente in Siria ed Egitto, rifiutavano la formula calcedonese, sostenendo il monofisismo, secondo cui in Cristo vi è una sola natura, quella divina.
Nel tentativo di riconciliare i monofisiti con la Chiesa di Costantinopoli, l’imperatore Eraclio promosse inizialmente il monoenergismo, suggerito dal Patriarca Sergio di Costantinopoli, e successivamente il monotelismo, proposto come formula di compromesso da Ciro di Alessandria. Ma questi tentativi, pur motivati politicamente, risultarono teologicamente insostenibili.
Non tardarono ad arrivare le prime reazione. Uno dei più decisi oppositori del monotelismo fu Massimo il Confessore, monaco e teologo, che difese strenuamente la necessità di riconoscere in Cristo due volontà e due energie, corrispondenti alle sue due nature. Arrestato e torturato per la sua opposizione, Massimo testimoniò eroicamente l’ortodossia della fede.
La Chiesa cattolica definì ufficialmente la dottrina contro il monotelismo nel Concilio di Costantinopoli III (680–681):
«Predichiamo che in lui vi sono due volontà naturali e due operazioni naturali, indivisibilmente, immutabilmente, inseparabilmente e senza confusione, secondo l’insegnamento dei santi Padri. I due voleri naturali non sono, come dicono gli empi eretici, in contrasto fra loro, tutt’altro. Ma il volere umano è subordinato, non si oppone né resiste, bensì si sottomette al volere divino e onnipotente.»
Questa definizione ribadisce che la volontà umana di Cristo non è annullata né assorbita da quella divina, ma liberamente orientata ad essa, in perfetta armonia, confermando così la piena realtà dell’umanità del Verbo incarnato e la verità salvifica della sua obbedienza redentrice.
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