A cura di Giuseppe Monno

Introduzione
Il docetismo è una delle prime eresie cristologiche, sviluppatasi nei primi secoli del cristianesimo, che nega la realtà dell’incarnazione del Verbo, sostenendo che Gesù Cristo non abbia avuto un vero corpo umano, ma solo apparente. Il termine deriva dal verbo greco dokein, che significa “sembrare” o “apparire”: secondo i docetisti, infatti, Cristo sembrava umano, ma non lo era realmente.
Origini e influenze filosofiche
Il docetismo non costituisce un sistema teologico organico, ma piuttosto un orientamento dottrinale comune a varie correnti gnostiche e dualiste. Esso è fortemente influenzato dal dualismo ontologico tipico dello gnosticismo, che oppone la sfera spirituale (bene) alla materia (male). In tale visione, Dio, essere puro e spirituale, non avrebbe potuto contaminarsi assumendo una carne materiale e corruttibile. Da ciò derivava la negazione di una vera incarnazione: per i docetisti, il Cristo divino non si sarebbe realmente incarnato, né avrebbe sofferto o patito nel corpo, poiché ciò sarebbe stato incompatibile con la sua natura divina.
Dottrine e varianti
In alcune forme radicali di docetismo, si affermava che Gesù non fosse nato da Maria e che non fosse stato crocifisso, ma che un altro – secondo alcuni Simone di Cirene – fosse stato crocifisso al suo posto, mentre il Cristo vero assisteva da lontano. Queste idee si trovano, ad esempio, in certi testi gnostici come il Vangelo di Pietro e in alcune correnti del docetismo encratita e del manicheismo.
In altre versioni, più moderate, si ammetteva che Gesù fosse un essere umano, ma che il Cristo divino lo avesse “abitato” temporaneamente, abbandonandolo prima della crocifissione.
Confutazione e condanna
Il docetismo fu contrastato con forza dai Padri della Chiesa sin dall’epoca apostolica. San Giovanni, nella sua prima Lettera, sembra riferirsi direttamente a questa eresia quando afferma:
“Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio” (1 Giovanni 4,2).
Anche Ignazio di Antiochia, nelle sue Lettere ai cristiani di Smirne e di Tralli (inizio II secolo), condanna duramente i docetisti, insistendo sulla realtà della nascita, della passione e della risurrezione di Cristo.
Nel corso dei secoli II e V, altri grandi autori cristiani combatterono questa dottrina: Giustino Martire, Tertulliano, Ireneo di Lione, Origene, Agostino d’Ippona, Giovanni Crisostomo, e molti altri. Le loro opere furono fondamentali per la formulazione progressiva dell’ortodossia cristiana, soprattutto in riferimento all’unione ipostatica, cioè l’unione della natura umana e divina in una sola persona, quella del Verbo incarnato.
Il Concilio di Calcedonia (451)
La condanna implicita del docetismo si trova nella definizione dogmatica del Concilio di Calcedonia (451), che, in risposta ad altre eresie cristologiche (come il monofisismo), affermò solennemente:
“Un solo e medesimo Figlio, Signore, Unigenito, da riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione; la differenza delle nature non è in alcun modo annullata dall’unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna natura sono conservate”.
Questa formula riafferma con forza sia la piena divinità che la piena umanità di Cristo, confutando ogni interpretazione che riduca l’incarnazione a un’illusione.
Conclusione
Il docetismo, pur non essendo mai stato formalmente sistematizzato in un’unica scuola, rappresenta una sfida fondamentale per la teologia cristiana dei primi secoli. La sua negazione dell’umanità di Cristo minava alla radice la possibilità della salvezza, che nella fede cristiana passa proprio attraverso l’assunzione reale della natura umana da parte del Verbo. La sua confutazione contribuì in modo decisivo allo sviluppo della dottrina ortodossa sull’incarnazione e alla formulazione del dogma cristologico, cuore della fede trinitaria e cristocentrica della Chiesa.
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