BERESHIT BARÀ ʼELOHIM

A cura di Giuseppe Monno

L’ebraico ’elohim è un termine affascinante e teologicamente denso. Esso è formalmente un plurale morfologico di ’eloah («dio»), e in effetti può significare «dèi» in contesti politeistici. Tuttavia, quando usato in riferimento all’Essere assoluto, il Signore Dio, ’elohim è accompagnato da verbi e aggettivi al singolare, segnalando chiaramente un uso grammaticale ma non semantico del plurale, noto come «pluralis maiestatis» (plurale di maestà) o «pluralis abstractionis» (plurale di eccellenza).

Un esempio emblematico è il versetto di apertura della Torah:

Bereshit barà ’elohim ’et hashshamayim we’et ha’ares
«In principio Dio creò il cielo e la terra.» (Genesi 1,1)

Qui il soggetto è ’elohim, morfologicamente plurale, ma il verbo barà è al maschile singolare, indicando che il soggetto è concepito come uno solo. Questo costrutto ricorre costantemente nella Tanakh ebraica ogni qualvolta ’elohim si riferisca al Dio d’Israele.

Il messaggio centrale della Bibbia ebraica è radicalmente monoteistico. Mosè, nel libro del Devarim (Deuteronomio), afferma:

Shema’ Yisra’el: Adonai ’elohenu, Adonai ’ecḥad
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.» (Deuteronomio 6,4)

Questo versetto, noto come Shema’, è il cuore della confessione di fede ebraica e riafferma l’unità assoluta di Dio. L’uso di ’elohenu (nostro Dio) è coerente con la teologia del Dio unico, personale e sovrano.

Anche nel libro di Isaia, Dio stesso proclama:

’Anī ’Adonai we’eyn ‘ôd, zûlātī ēyn ’elohim
«Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è altro Dio.» (Isaia 45,5)

Qui, ’elohim è usato per designare Dio stesso, ed è inequivocabilmente singolare nella funzione e nel significato.

È tuttavia vero che ’elohim può anche indicare:

Gli dèi del paganesimo:

«Se si alza in mezzo a te un profeta… dicendo: Seguiamo altri dèi (’elohim ’aḥērîm)…» (Deuteronomio 13,2)

Giudici o autorità umane:

«Allora il padrone lo condurrà davanti a ’elohim…» (Esodo 21,6)
In questo contesto, ’elohim è generalmente inteso come «giudici», perché investiti dell’autorità divina di giudicare secondo la Torah.

Questo uso si spiega con l’idea, presente nella Bibbia ebraica, che l’autorità legittima ha origine da Dio, e quindi chi la esercita può essere chiamato in modo derivativo ’elohim, senza implicazioni di divinità ontologica.

La Settanta (LXX), traduzione greca della Bibbia ebraica redatta nel III-II secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto per la comunità ebraica della diaspora, rende ’elohim con theós quando riferito al Dio d’Israele, e con theoí quando il contesto è politeistico o pagano.

Questo dimostra che già nell’ebraismo ellenistico era ben chiara la distinzione tra l’uso singolare e quello plurale di ’elohim. Nonostante la polisemia, il significato nel contesto monoteista era ben delimitato e riconosciuto anche fuori dalla Palestina.

Nel Nuovo Testamento, Gesù stesso conferma la concezione di un unico Dio:

«Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio (ton mónon alēthinòn theón) e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo.» (Giovanni 17,3)

Il cristianesimo, pur sviluppando una teologia trinitaria, nasce da una matrice profondamente monoteista.

Pertanto, affermare che l’uso di ’elohim nei testi sacri ebraici alluda a una pluralità di divinità, è errato sia dal punto di vista grammaticale che teologico. L’ebraismo biblico, nelle sue espressioni linguistiche, liturgiche e dottrinali, proclama l’unità assoluta di Dio. Il plurale ’elohim va compreso nel suo contesto culturale e linguistico semitico, dove può esprimere maestà, intensità o eccellenza, non necessariamente pluralità numerica.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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