di Giuseppe Monno
Due nature, una sola persona e un solo io personale
Giunta la pienezza del tempo la Seconda Persona divina della Trinità: il Figlio unigenito di Dio Padre (Matteo 28,19; Giovanni 1,14.18; 3,16), il Logos divino ed eterno (Giovanni 1,1-3; Michea 5,2; Colossesi 1,17), ha unito a sé ipostaticamente una carne animata da un anima razionale, e si è fatto uomo (Giovanni 1,1.14; Galati 4,4; Filippesi 2,7; 1Timoteo 3,16; Ebrei 10,5-7) rimanendo Dio (Giovanni 10,30; 16,15; 20,28; Atti 20,28; Colossesi 2,9; Tito 2,13; 2Pietro 1,1). Perciò, secondo quanto hanno affermato i Padri nel Concilio di Calcedonia (quarto Concilio ecumenico della Chiesa), in Cristo, il Logos incarnato, ci sono due nature, divina e umana, senza confusione né divisione né mutamento. Entrambe le nature mantengono la loro integrità nell’unità della Seconda Persona divina della Trinità. In Cristo due sono le nature, ma una e la persona e l’io personale, la Seconda Persona divina della Trinità, l’unigenito Figlio, il Logos divino ed eterno. Cristo è uno della Trinità, e la sua umanità non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio, secondo quanto hanno affermato i Padri nel Concilio di Efeso (terzo Concilio ecumenico della Chiesa).
Due volontà naturali
In Cristo come vi sono due nature, divina e umana, così due volontà naturali, senza confusione né mutamento né divisione. Quella che appartiene alla natura divina (e questa è comune alle Persone della Trinità), e quella che appartiene alla natura umana. La volontà umana di Cristo però segue senza opposizione o riluttanza, o meglio, è sottoposta alla sua volontà divina e onnipotente, secondo quanto hanno affermato i Padri nel terzo Concilio di Costantinopoli (sesto Concilio ecumenico della Chiesa). Perciò le parole di Gesù: “Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu” (Matteo 26,39), e: “Sia fatta la tua volontà” (Matteo 26,42), vanno attribuite alla sua volontà umana, sottoposta alla sua volontà divina e onnipotente. Parimenti si deve affermare di Ebrei 10,7: Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà.”
Due operazioni naturali
Nel terzo Concilio di Costantinopoli, i Padri hanno affermato che in Cristo, come vi sono due nature e due volontà naturali, così vi sono due operazioni naturali, senza confusione né mutamento né divisione. Le operazioni che procedono dalla sua divinità e quelle che procedono dalla sua umanità: la divinità opera ciò che è proprio della Seconda Persona della Trinità, mentre l’umanità opera ciò che è proprio della natura umana. Perciò in Cristo come i miracoli sono della natura divina, le sofferenze sono della natura umana. E tuttavia i miracoli e le sofferenze sono del medesimo e indivisibile Cristo.
La conoscenza di Cristo
Secondo i teologi, tra cui Joseph Ratzinger che fu il duecentosessantaquattresimo successore sulla cattedra di Pietro sotto il nome di Benedetto XVI, in Cristo vi sono tre tipi di conoscenza: acquisita, infusa e beata. La prima è per se stessa limitata, ed è quella secondo la quale per apprendere qualcosa Cristo doveva informarsi come ogni uomo (Matteo 15,34; Marco 8,27; Luca 2,52; Giovanni 11,34). La seconda è quella che solo Dio può infondere nell’intelletto dell’uomo. Allora Cristo, in cui c’è la pienezza dello Spirito Santo con tutti i suoi doni (Isaia 11,1-3), anche nella sua umanità conosce tutti i pensieri più segreti di ogni cuore (Marco 2,8; Giovanni 2,25; 6,61). La terza è quella secondo cui in Cristo la conoscenza umana è unita alla conoscenza divina della Seconda Persona della Trinità, per cui anche come uomo Cristo conosce perfettamente tutte le cose (Giovanni 21,17). Perciò fin dal primo istante dell’incarnazione Cristo possiede la completa e perfetta conoscenza di tutte le cose.
L’anima di Cristo e la grazia abituale
Poiché nell’unica Persona di Cristo sia la divinità che l’umanità mantengono la loro integrità, in lui l’anima razionale non è sostituita dalla Seconda Persona divina della Trinità, ma vi è unita ipostaticamente, e perciò l’anima di Cristo è stata perfezionata proprio come le anime degli altri uomini, mediante la grazia abituale, che eleva l’anima dell’uomo e la rende capace di vivere in comunione con Dio. Perciò come uomo Cristo cresceva nella grazia (Luca 2,52).
Immediata visione di Dio
Poiché Gesù è un solo Dio con suo Padre (Giovanni 10,30) e con lo Spirito Santo (Giovanni 16,15; Romani 8,9; Atti 16,6-7; Galati 4,6; 1Pietro 1,10-11), in lui non c’era la virtù della fede, ma l’intima e immediata visione di Dio. Cristo fin dal primo istante dell’incarnazione conosceva di essere il Figlio di Dio fatto uomo.
Tutto di Cristo si deve attribuire alla Seconda Persona divina della Trinità
Poiché l’umanità di Cristo è unita ipostaticamente alla sua persona divina e onnipotente, tutto della sua natura umana si deve attribuire alla Seconda Persona della Trinità. Perciò si può dire che Dio ha sofferto la passione ed è morto sulla croce per poi risorgere il terzo giorno. Non perché la divinità possa morire, ma perché sulla croce è morto il Santo corpo divenuto proprio di una Persona della Trinità, ed è stato questo corpo a risorgere, non la divinità.
Il culto dato alle due nature di Cristo
Cristo vero Dio e vero uomo è da adorarsi nelle due nature, divina e umana, col medesimo culto, poiché in lui la natura umana è divenuta propria della Seconda Persona della Trinità. Perciò, come hanno affermato i Padri nel secondo Concilio di Costantinopoli (quinto Concilio ecumenico della Chiesa), il Figlio di Dio va adorato insieme con la sua carne.