L’INFERNO

A cura di Giuseppe Monno

L’inferno è la condizione di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati. Non si tratta tanto di un “luogo fisico”, quanto di uno stato spirituale ed esistenziale di separazione eterna da Dio, fonte di vita, di amore e di felicità.

Etimologia e significato biblico

Il termine inferno deriva dal latino infernus, che significa “ciò che è in basso”, e traduce il greco hades e l’ebraico she’ol, termini che nella Bibbia indicano genericamente il soggiorno dei morti, il mondo sotterraneo. Nella concezione ebraica antica, lo she’ol era il luogo dove dimoravano indistintamente i defunti, senza ancora una distinzione tra giusti e malvagi (cfr. Salmi 88,4-6; Giobbe 7,9).

Con la progressiva rivelazione biblica, in particolare nei libri sapienziali e apocalittici (Sapienza 3,1-10; Daniele 12,2), emerge l’idea di una retribuzione ultraterrena: i giusti saranno accolti da Dio, mentre gli empi subiranno la condanna eterna.

Nel Nuovo Testamento, Gesù utilizza più volte la parola Geènna (dal termine ebraico Gehinnom, “valle di Hinnom”), una valle a sud di Gerusalemme dove, secondo la tradizione, venivano bruciate le immondizie e dove si era compiuto il culto idolatrico con sacrifici umani (2 Re 23,10; Geremia 7,31). Da qui il termine assunse un significato simbolico di luogo di perdizione e fuoco eterno.

Gesù ne parla in diversi contesti:

come pena eterna per chi rifiuta Dio (Matteo 5,22.29-30; 10,28; Marco 9,43-48);

come “fuoco inestinguibile” (Matteo 25,41) e “tenebre esteriori” (Matteo 22,13; 25,30);

come “stagno di fuoco e zolfo” (Apocalisse 21,8).

I morti secondo la carne e secondo lo spirito

Nella Scrittura si distinguono i morti secondo la carne, cioè coloro che hanno cessato di vivere fisicamente, e i morti secondo lo spirito, coloro che, pur vivi biologicamente, sono separati da Dio a causa del peccato (cfr. Efesini 2,1).

Gesù allude a questa distinzione quando dice:

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Matteo 8,22), intendendo con la prima occorrenza “i morti spiritualmente”, cioè coloro che non vivono nella grazia di Dio.

Questa morte spirituale può essere temporanea, ma diventa eterna quando, al momento della morte fisica, l’anima si trova in stato di peccato mortale.

La natura dell’inferno

L’inferno è l’irreversibile rifiuto di Dio da parte della creatura libera. Come insegna Papa Giovanni Paolo II nella catechesi del 28 luglio 1999:

“Più che un luogo, l’inferno indica la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia.”

La pena principale dei dannati è la “pena del danno”, cioè la privazione della visione beatifica di Dio, che costituisce la felicità suprema dell’uomo. A questa si aggiunge la “pena del senso”, che indica le sofferenze spirituali e, secondo il linguaggio simbolico della Scrittura, anche fisiche (fuoco, tenebre, pianto e stridore di denti).

Queste pene sono eterne, non per un difetto nella misericordia divina, ma perché la libertà dell’uomo diventa irrevocabile dopo la morte. Dio offre la grazia fino all’ultimo istante (1 Timoteo 2,4), ma la morte fissa per sempre la condizione dell’anima: chi entra nell’eternità senza la comunione con Dio rimane eternamente separato da Lui.

Testimonianza dei Padri della Chiesa

I Padri della Chiesa insistono sull’aspetto morale e spirituale dell’inferno.

Sant’Agostino (De Civitate Dei, XXI, 17) insegna che “la pena dei dannati non ha fine, come non ha fine la beatitudine dei giusti”.

Riferendosi alla pena dei dannati, San Giovanni Crisostomo afferma che “essere esclusi dalla gloria di Dio è un supplizio più terribile di ogni tormento” (Omelia su 2 Tessalonicesi 3).

Parlando dell’inferno, San Gregorio di Nissa afferma che “il fuoco eterno non è una realtà materiale, ma la pena di chi, dopo aver conosciuto la verità, si trova lontano dal bene”, e anche che “il castigo non viene da Dio, ma dal rifiuto stesso del bene: l’anima, che si è separata dalla purezza, soffre come per un fuoco che la purifica” (De anima et resurrectione).

Origene, invece, ipotizzò una forma di apocatastasi, cioè la restaurazione finale di tutte le creature, ma questa idea fu condannata come contraria alla fede dal Concilio di Costantinopoli II (553).

Definizione dogmatica e dottrina cattolica

Per la Chiesa cattolica, l’esistenza dell’inferno e la sua eternità costituiscono una verità di fede definita. Papa Benedetto XII, con la costituzione apostolica Benedictus Deus del 29 gennaio 1336, definì dogmaticamente che:

“Le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale discendono subito all’inferno, dove sono tormentate con pene eterne.”

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1033-1037) ribadisce questa verità, sottolineando tuttavia che Dio “non predestina nessuno all’inferno” e che “perché ciò avvenga è necessario un atto di volontaria avversione da Dio, cioè un peccato mortale, e la persistenza in esso fino alla fine”.

Dimensione spirituale e pastorale

Il messaggio evangelico sull’inferno non mira a generare paura, ma a suscitare responsabilità e conversione. Gesù ammonisce:

“Entrate per la porta stretta, perché larga è la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che vi entrano” (Matteo 7,13-14).

L’annuncio dell’inferno è, dunque, un invito alla libertà autentica, alla scelta del bene e alla comunione con Dio, che solo può colmare il desiderio di felicità inscritto nel cuore umano.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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