GESÙ CRISTO FU CROCIFISSO SU UNA CROCE, NON APPESO A UN PALO

A cura di Giuseppe Monno

Nel cuore del cristianesimo vi è la croce: non solo simbolo di sofferenza, ma anche di redenzione, di amore e di vittoria sulla morte. Tuttavia, alcuni gruppi religiosi – come i Testimoni di Geova – negano che Gesù sia stato crocifisso su una croce, sostenendo invece che sia stato appeso a un palo verticale. Tale posizione, oltre a contraddire la Tradizione apostolica, si scontra con le evidenze storiche, linguistiche, bibliche, archeologiche e teologiche.

È vero che il termine greco stauròs originariamente indicava un palo diritto, ma già nel I secolo il suo significato si era ampliato fino a includere anche la croce a due bracci. L’uso del vocabolo nei Vangeli e nella letteratura cristiana primitiva riflette questa evoluzione semantica.

La crocifissione era una forma di esecuzione usata dai Romani contro schiavi, ribelli e malfattori. Era una pena atroce e infamante, nella quale la morte avveniva lentamente, spesso per asfissia. I Vangeli attestano chiaramente che Gesù fu consegnato ai Romani e da loro crocifisso (cf. Matteo 27,26-35; Marco 15,1-25; Luca 23,26-33; Giovanni 19,16-18).

Il condannato non portava l’intera croce, ma solo il patibulum (l’asse orizzontale), che veniva fissato allo stipes, il palo già infisso nel terreno. Gesù portò questo patibulum fino al Golgota, dove fu crocifisso con le braccia distese.

Un dettaglio decisivo si trova nel Vangelo di Giovanni. Dopo la risurrezione, l’apostolo Tommaso esclama: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!» (Giovanni 20,25)

Il testo greco impiega il plurale ton hēlōn (dei chiodi), indicando che almeno due chiodi furono utilizzati per le mani (o polsi), e quindi che le braccia erano distese, non sovrapposte come nel caso di una semplice impalazione verticale. Inoltre, il termine greco cheiras (mani) può includere anche il polso, dove i chiodi venivano infissi tra ulna e radio per sostenere il peso del corpo.

Marco scrive: «L’iscrizione con il motivo della sua condanna diceva: “Il re dei Giudei”» (Marco 15,26). L’evangelista precisa che l’iscrizione era posta sopra il capo di Gesù, confermando l’orientamento orizzontale delle braccia: se fosse stato appeso a un palo, il cartello sarebbe stato sopra le mani, non sopra la testa.

Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (37–100 d.C.) scrive che Gesù fu «punito da Ponzio Pilato con la crocifissione» (Antichità giudaiche, XVIII, 63–64). Questo conferma la modalità romana dell’esecuzione.

Anche il celebre graffito di Alessameno, risalente al II o III secolo e scoperto sul Palatino a Roma, mostra una figura umana crocifissa con testa d’asino: una chiara satira anticristiana. L’iscrizione «Alexamenos sebete theon» (Alessameno adora il suo dio) deride un cristiano in preghiera davanti a una figura su una croce a due bracci. Se anche i nemici del cristianesimo già riconoscevano la croce, ciò rafforza l’evidenza della sua storicità.

Alcuni autori pagani accusarono i cristiani di adorare un dio con testa d’asino. Tertulliano, nel Apologeticum (XVI, 12), e Minucio Felice, nel Octavius (§ 9), respinsero con fermezza queste accuse infamanti. Ma indirettamente, queste calunnie confermano che già nel II secolo i cristiani erano identificati come adoratori di un crocifisso – rappresentato su una vera croce.

L’idea che Gesù sia stato inchiodato a un semplice palo verticale è una dottrina moderna, sviluppata nel XX secolo, priva di fondamento nella Scrittura, nei testi patristici, nei dati storici e nella prassi romana. Al contrario, tutte le fonti – bibliche, storiche, archeologiche e teologiche – convergono nell’affermare che Gesù fu crocifisso su una croce, con le braccia distese e i chiodi infissi nei polsi.

Come scrive San Paolo:

«Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.» (Galati 6,14)

Le braccia spalancate di Cristo sulla croce restano per sempre il segno visibile dell’abbraccio di Dio all’umanità.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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