PURGATORIO

A cura di Giuseppe Monno

Il termine purgatorio, che significa “purificare”, compare per la prima volta nel VI secolo, nel quarto libro dei Dialoghi, un’opera di Papa Gregorio Magno. La Chiesa cattolica afferma che le anime di coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma non sono perfettamente purificate, sebbene siano certe della propria salvezza eterna, vengono però sottoposte a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia piena del cielo.

Un momento decisivo nella formulazione ufficiale della dottrina del purgatorio fu la promulgazione della bolla Laetentur Caeli, emanata da Papa Eugenio IV il 6 luglio 1439, nell’ambito dell’unione con la Chiesa greca. Più tardi, in risposta alla Riforma protestante, il Concilio di Trento riaffermò con forza questa dottrina. Il 4 dicembre 1563, nella XXV sessione, venne approvato un decreto che ribadiva l’esistenza del purgatorio e l’efficacia dei suffragi per le anime che vi si trovano.

Già nella Bibbia si trovano alcuni riferimenti impliciti al purgatorio. Nel Secondo libro dei Maccabei, Giuda Maccabeo fa offrire un sacrificio espiatorio per i soldati caduti, affinché fossero liberati dai loro peccati (2 Maccabei 12,38-45). Gesù, nel Vangelo, accenna a una possibile remissione dei peccati nella vita futura: «Ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata… né in questo secolo né in quello futuro» (Matteo 12,31-32). Da queste parole si deduce che alcuni peccati possono essere assolti anche dopo la morte, tramite una purificazione.

A questa realtà fa riferimento anche l’apostolo Paolo (1 Corinzi 3,10-15), che descrive l’opera di ciascuno come sottoposta al fuoco, il quale proverà la qualità dell’opera stessa. Chi ha costruito bene sarà ricompensato; chi ha costruito male sarà punito, ma si salverà come attraverso il fuoco: un’immagine potente della purificazione post mortem.

Anche Gesù utilizza immagini simboliche per descrivere la realtà della vita ultraterrena. In Matteo 5,25-26, parla di una “prigione” dalla quale non si uscirà «finché non avrai pagato fino all’ultimo quadrante». Questa prigione non può riferirsi né al paradiso, condizione di gioia eterna, né all’inferno, luogo di dannazione irrevocabile. L’unica realtà compatibile con una pena temporanea è il purgatorio. Anche il “quadrante”, moneta di valore irrisorio, simboleggia una pena saldabile, in contrasto con altre parabole in cui Gesù menziona debiti enormi, come i diecimila talenti, pari a sessanta milioni di denari (un denaro era il salario giornaliero per i braccianti), immagine del peccato mortale, irreparabile umanamente.

Sebbene si parli talvolta del purgatorio come di un luogo, esso è inteso soprattutto come una condizione dell’anima. La pena più grande per le anime purganti è la ritardata visione beatifica di Dio, desiderio ardente che ancora non si realizza. Poiché nella Bibbia le realtà spirituali sono spesso espresse attraverso immagini sensibili, è frequente l’uso del fuoco per indicare la purificazione (Zaccaria 13,9). Se questo fuoco sia solo un’immagine simbolica, non possiamo saperlo con certezza.

Per i cattolici, l’esistenza del purgatorio non è un’opinione teologica, ma un dogma di fede. Il 13 gennaio 1547, il Concilio di Trento decretò nel Decreto De Iustificatione (Canone 30): «Se qualcuno afferma che… non gli rimane alcun debito di pena temporale da scontare o in questa vita o in quella futura in purgatorio… sia anatema». Inoltre, nella sessione del 4 dicembre 1563, Papa Pio IV stabilì che la dottrina sul purgatorio, insegnata dalla Chiesa in conformità alle Scritture e alla Tradizione dei Padri, fosse creduta, insegnata e predicata ovunque, e che le anime in purgatorio siano aiutate dai suffragi dei fedeli, in particolare dalla celebrazione del santo sacrificio dell’altare.

Pubblicato da Cristiani Cattolici Romani

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