A cura di Giuseppe Monno

Secondo la dottrina dei Testimoni di Geova, Gesù Cristo e l’arcangelo Michele sarebbero la stessa persona. Tuttavia, questa identificazione non trova alcun fondamento nelle Sacre Scritture. Al contrario, la Parola di Dio distingue chiaramente tra Gesù Cristo, Figlio di Dio, e Michele, capo degli angeli.
In Apocalisse 12,7, Michele appare come colui che guida gli angeli nella battaglia contro il dragone. È chiamato arcangelo in Giuda 9, un termine che significa “capo degli angeli”. La Scrittura lo presenta dunque come una creatura celeste preposta a un ruolo di guida tra gli angeli.
Gesù Cristo, invece, non è un angelo né viene mai chiamato tale. Anzi, l’autore della Lettera agli Ebrei lo esclude esplicitamente. Scrive infatti:
“Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato? E ancora: Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?” (Ebrei 1,5)
Con queste parole, l’autore afferma l’unicità del rapporto tra Dio Padre e il suo unigenito Figlio, che non può essere applicato a nessun angelo, nemmeno a Michele. La distanza ontologica tra Cristo e gli angeli è ulteriormente sottolineata:
“E quando di nuovo introduce il Primogenito nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio.” (Ebrei 1,6)
Se gli angeli adorano Cristo, allora egli non può essere uno di loro. Solo Dio può essere adorato legittimamente (Matteo 4,10), e dunque Cristo è adorato in quanto Dio.
L’autore continua citando il Salmo 110:
“A quale degli angeli ha mai detto: Siedi alla mia destra finché io non abbia posto i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi?” (Ebrei 1,13)
Questo passo, riferito a Gesù (Matteo 26,64), conferma la sua posizione unica alla destra del Padre, posizione che non è attribuita ad alcun angelo.
Ancora, leggiamo:
“Non certo a degli angeli egli ha assoggettato il mondo futuro, del quale parliamo.” (Ebrei 2,5)
Il mondo futuro è stato invece assoggettato a Cristo:
“Tutte le cose hai posto sotto i suoi piedi.” (Ebrei 2,8, citando Salmo 8,7)
Questa supremazia universale è riservata al Figlio di Dio, non a una creatura angelica.
Anche l’episodio menzionato nella Lettera di Giuda offre una chiara distinzione. Si legge:
“L’arcangelo Michele, quando disputava col diavolo riguardo al corpo di Mosè, non osò lanciargli contro un giudizio offensivo, ma disse: Ti rimproveri il Signore!” (Giuda 9)
Michele non esercita autorità diretta sul diavolo, ma si affida al giudizio del Signore. Se Michele fosse Gesù stesso, avrebbe parlato con la sua propria autorità. Infatti, Cristo nel Vangelo comanda direttamente ai demoni e li scaccia con autorità personale (Marco 1,25-27), cosa che Michele non fa.
Inoltre, la Scrittura afferma chiaramente che Gesù è il Signore:
“Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene, e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.” (1 Corinzi 8,6)
E ancora:
“…empi che abusano della grazia del nostro Dio per giustificare la loro immoralità e rinnegano il nostro unico Padrone e Signore, Gesù Cristo.” (Giuda 4)
Gesù è dunque riconosciuto come unigenito Figlio di Dio (Giovanni 1,14.18; 3,16; 1 Giovanni 4,9), l’unico generato dal Padre. Come osservava Sant’Ambrogio di Milano:
“È detto primogenito perché nessuno prima di lui fu generato da Dio; è detto unigenito perché nessuno dopo di lui fu generato da Dio.” (De fide, I, 14, 89)
Gesù Cristo non può essere identificato con l’arcangelo Michele. La Scrittura lo presenta come Figlio unigenito, Signore, oggetto di adorazione da parte degli angeli, assiso alla destra del Padre e sovrano del mondo futuro. Michele, pur essendo una figura potente nel mondo angelico, resta una creatura al servizio del Creatore. La fede cristiana autentica riconosce in Gesù non un arcangelo, ma il Verbum aeternum factum caro (Giovanni 1,1.14), vero Dio e vero uomo.