A cura di Giuseppe Monno

Gesù Cristo, unico e sommo Pastore del suo gregge (Giovanni 10,11), ha voluto conferire all’apostolo Pietro un primato di autorità e di servizio sopra gli altri apostoli. Tale primato non è un semplice onore, ma una missione di unità, governo e custodia della Chiesa nascente.
Fondamento biblico del primato
Pietro riceve da Dio Padre una rivelazione speciale circa l’identità di Gesù. Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo:
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.” E Gesù gli rispose: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa…” (Matteo 16,16-18).
In queste parole si manifesta il duplice dono: la rivelazione della fede e il mandato di fondamento. Gesù promette inoltre a Pietro le chiavi del regno dei cieli (Matteo 16,19), simbolo di potere spirituale e amministrativo. Nella cultura biblica, possedere le chiavi significa esercitare l’autorità del padrone di casa in sua assenza (cf. Isaia 22,20-22).
Il simbolismo delle chiavi
Le chiavi consegnate a Pietro indicano che egli è costituito vicario e amministratore della “casa” di Cristo, cioè la Chiesa. In Marco 13,34 troviamo un’immagine analoga:
“È come un uomo che, partendo per un viaggio, lasciò la sua casa e diede ai servi la sua autorità, a ciascuno il suo compito, e ordinò al portiere di vigilare.”
La casa è la Chiesa; i servi sono i vescovi e i presbiteri; il portiere è Pietro e, dopo di lui, i suoi legittimi successori, i vescovi di Roma. L’immagine del portiere rimanda al compito di vigilare sulla fede e mantenere l’unità del gregge.
Nel mondo antico, ricevere le chiavi significava ottenere il potere di amministrare in nome del sovrano. Giuseppe, figlio di Giacobbe, divenuto maggiordomo del faraone, ebbe autorità su tutta la terra d’Egitto, pur restando il faraone superiore a lui (Genesi 41,40). Così Pietro governa la Chiesa in nome di Cristo, che resta l’unico Signore.
Pietro, pastore e custode
Gesù affida a Pietro un triplice mandato: confermare nella fede, pascere il gregge e mantenere la comunione.
In Luca 22,31-32, Gesù gli dice: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli.”
In Giovanni 21,15-17, il Risorto affida a Pietro le sue pecore: “Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecore.”
Gli agnelli simboleggiano il popolo di Dio; mentre le pecore – madri degli agnelli – simboleggiano i vescovi che guidano il popolo di Dio. Cristo resta il Pastore supremo, ma Pietro riceve la missione di custodire e nutrire spiritualmente la Chiesa universale.
La preminenza di Pietro tra gli apostoli
In tutti gli elenchi apostolici Pietro è nominato per primo, addirittura col qualificativo “protos” (“primo” — Matteo 10,2).
Numerosi episodi mostrano il suo ruolo di guida:
Gesù sceglie la barca di Pietro per predicare (Luca 5,3).
Paga il tributo per sé e per Pietro soltanto (Matteo 17,24-27).
È Pietro che prende la parola nel Cenacolo per proporre l’elezione di Mattia (Atti 1,15-22).
È lui a pronunciare il discorso nel giorno di Pentecoste (Atti 2,14-36).
È ancora lui a compiere il primo miracolo apostolico (Atti 3,1-11).
È Pietro che riceve la visione della grande tovaglia, simbolo dell’apertura del Vangelo ai pagani (Atti 10-11).
Anche Paolo, pur apostolo delle genti, riconosce in Pietro (Cefa, cioè “roccia”) una autorità di riferimento: “Dopo tre anni salii a Gerusalemme per consultare Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni” (Galati 1,18).
Il primato romano nella storia
Secondo la tradizione più antica, Pietro stabilì la sua sede episcopale a Roma, dove subì il martirio nel 67 d.C. sotto l’imperatore Nerone. La Chiesa di Roma, dunque, fondata e santificata dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo, divenne il centro della comunione ecclesiale.
Già nei primi secoli, i Padri della Chiesa riconoscevano questo primato:
Sant’Ireneo di Lione (fine II sec.) parla della Chiesa di Roma come di quella “con cui, a causa della sua origine più eccellente, deve necessariamente accordarsi ogni Chiesa” (Adversus Haereses, III,3,2).
Sant’Ignazio di Antiochia (inizio II sec.) la chiama “la Chiesa che presiede nella carità”. (Epistola ai Romani)
San Cipriano di Cartagine (III sec.) la definisce “la cattedra di Pietro e la Chiesa principale da cui è sorta l’unità sacerdotale.” (Epistola 59,14)
Il primato di Pietro, dunque, non è un’invenzione posteriore, ma un elemento costitutivo della Chiesa voluta da Cristo. Esso si trasmette ai successori dell’apostolo, i vescovi di Roma, che esercitano il ministero petrino come segno visibile dell’unità e della continuità apostolica.
Significato teologico
Il primato di Pietro non è dominio ma servizio: un’autorità che si esprime nell’amore, nella custodia della fede e nella comunione universale. Come ha scritto san Gregorio Magno, Papa nel VI secolo:
“Il mio onore è l’onore della Chiesa universale; il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato quando a ciascuno è reso l’onore dovuto.” (Epistola ad Eulogium).
Il ministero petrino, nella prospettiva cattolica, continua fino alla fine dei tempi come garanzia che la Chiesa non verrà mai meno nella fede:
“Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.” (Matteo 16,18)