Secondo il De Sententia Dionysii scritto dal Padre dell’ortodossia Atanasio il Grande – che fu vescovo di Alessandria dal 328 al 373 (ma con varie interruzioni) e proclamato dottore della Chiesa cattolica nel 1568 dal Vescovo di Roma Pio V – nella metà del III secolo Dionisio (o Diogini) vescovo di Alessandria dal 248 al 264, il quale combatteva l’eresia sabelliana di alcuni presbiteri della Libia, fu accusato da alcuni presbiteri egiziani presso il suo omonimo e contemporaneo Vescovo di Roma riguardo alcune imprecisioni dottrinali riguardo la dottrina della Trinità. Il vescovo di Alessandria, in contrasto coi sebelliani – i quali affermavano che non il Figlio come persona distinta, ma il Padre stesso aveva subìto la passione (per i sabelliani il Figlio e lo Spirito Santo sono modi di manifestarsi dell’unico Dio, il Padre [perciò sono detti anche “monarchiani modalisti” o “patripassiani”]) – accentuava troppo la distinzione tra Padre e Figlio fino a compromettere l’unità divina. Perciò il Vescovo di Roma Dionisio fu invitato a giudicare tali imprecisioni, poiché riconosciuto in tutta la Chiesa cattolica, cioè universale, quale autorità dottrinale più alta e sicura. Il vescovo di Alessandria si giustificò col Vescovo di Roma e riconobbe l’unità divina tra il Padre e il Figlio insegnata dalla Chiesa di Roma. Questo episodio è uno dei tanti che testimonia come il Vescovo di Roma esercitasse fin dai primi secoli l’autorità sulle altre comunità ecclesiali. Vediamo come i presbiteri della Chiesa egiziana si fossero subito rivolti all’autorità del Vescovo di Roma, e come il vescovo di Alessandria avesse immediatamente ascoltato e accettato la sentenza e la dottrina esposta dal Vescovo di Roma.