L’anima e lo spirito
Rifacendosi a queste parole di Paolo: “E tutto ciò che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1Tessalonicesi 5,23), alcuni credono erroneamente che l’uomo sia un essere tripartito, cioè costituito di corpo, anima e spirito. Ma Paolo con “spirito” non sta introducendo una dualità nella parte spirituale dell’uomo, poiché lo spirito al quale Paolo fa riferimento è la grazia, capace di elevare l’anima alla comunione con Dio, fine sovrannaturale al quale l’uomo è ordinato fin dalla sua creazione. Questa grazia va conservata affinché possiamo sempre camminare nella luce, e il giorno del giudizio non ci sorprenda come un ladro, a nostra rovina (1Tessalonicesi 5,1-9.23). Nella lettera ai Romani, Paolo scrive: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.” (Romani 8,16) Ciò si deve al fatto che nella Bibbia “anima” e “spirito” sono a volte distinti ma altre volte utilizzati come sinonimi (vedi ad esempio: Sapienza 16,14; Isaia 26,9; Baruc 3,1; Luca 1,46-47). Possiamo dire infatti che l’uomo è costituito di anima e di corpo, oppure di spirito e di materia.
Il significato dei termini nèfeš, psyché, ruach e pneuma
L’ebraico נֶֽפֶשׁ (nèfeš) e il greco ψυχή (psyché), spesso tradotti con “anima”, sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (1Re 17,21-22; Matteo 10,28; Apocalisse 6,9) per la quale egli è immagine di Dio, ma pure in riferimento all’intera persona umana (Genesi 2,7; Matteo 26,38; Luca 1,46; Giovanni 12,27; Atti 2,41), alla vita umana (1Re 19,4; Ezechiele 18,4; Matteo 16,25-26; 20,28; Giovanni 15,13), alla bocca (Isaia 5,14; Abacuc 2,5), alla gola (Proverbi 25,25), al sangue (Genesi 9,4; Levitico 17,14; Deuteronomio 12,23), ad ogni essere vivente (Deuteronomio 20,16; Giosuè 10,28.40; Apocalisse 16,3). Anche l’ebraico רֽוּחַ (ruach) e il greco πνεῦμα (pneuma), tradotti con “spirito”, sono utilizzati non soltanto in riferimento alla parte spirituale dell’uomo (Siracide 34,13; Giacomo 2,26; 1Pietro 3,19), ma pure in riferimento all’intera persona umana (Luca 1,47), al respiro (Salmi 146,4), ai sentimenti umani (1Maccabei 13,7), alla vita umana (Giobbe 17,1). Col termine “Spirito”, inoltre, viene indicata la Divinità (Giovanni 4,24; Atti 5,3-4) e i suoi doni (Isaia 11,2-3).
L’esistenza e la sopravvivenza dell’anima dell’uomo oltre la morte del corpo
Giobbe 19,26-27
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero.
Giobbe fa un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Egli afferma che, dopo la morte della sua carne, potrà vedere e contemplare Dio. Riferimento all’esistenza dell’anima che sopravvive alla morte di questo corpo.
2Maccabei 15,12-16
La visione di Giuda il Maccabeo era questa: Onia, che era stato sommo sacerdote, uomo eccellente, modesto nel portamento, mite nel contegno, dignitoso nel proferir parole, occupato dalla fanciullezza in quanto riguardava la virtù, con le mani protese pregava per tutta la nazione giudaica. Gli era anche apparso un personaggio che si distingueva per la canizie e la dignità ed era rivestito di una maestà meravigliosa e piena di magnificenza. Onia disse: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, colui che innalza molte preghiere per il popolo e per la città santa, Geremia il profeta di Dio.” E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d’oro, pronunciando queste parole nel porgerla: “Prendi la spada sacra come dono da parte di Dio; con questa abbatterai i nemici.”
Nel Secondo libro dei Maccabei vediamo che gli spiriti di due defunti, Geremia e Onia, innalzavano molte preghiere a Dio, intercedendo per il popolo ebraico. Questo episodio è una importante testimonianza della vita oltre la morte del corpo, cioè dell’immortalità dell’anima, ma pure dell’intercessione dei Santi separati dalla carne per noi ancora viatori sulla terra.
Matteo 10,28
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna.
Gesù fa una chiarissima distinzione tra anima e corpo, e utilizza la Geenna come immagine simbolica della condizione dei dannati a motivo del fuoco che continuamente consumava i rifiuti (Matteo 18,8; Giuda 7; Apocalisse 21,8). Il fuoco che non cessa di ardere, figura un tormento non mitigato.
Luca 16,22-25
Un giorno Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Anche il ricco morì e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Gesù racconta questa parabola – cioè una narrazione di un fatto immaginario ma appartenente alla vita reale, col quale illustrare un insegnamento morale – insegnando non solo che l’anima sopravvive alla morte del corpo, ma pure che questa riceve un premio o un castigo meritato.
2Corinzi 5,6-10
Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore. Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male.
Paolo fa un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Egli preferisce lasciare il suo corpo mortale per stare con Cristo. Riferimento all’anima immortale che sopravvive oltre la morte del corpo mortale.
Filippesi 1,23-24
Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne.
Paolo era combattuto tra il desiderio di essere sciolto dal corpo per stare con Cristo, e il dovere di rimanere nel corpo per predicare il Vangelo, il che era più conveniente per quelli al quale il Vangelo era da lui predicato. Questa scrittura è un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo. Paolo fa infatti riferimento alla sua anima immortale, sciolta dalla sua carne mortale. Contrariamente, Paolo avrebbe detto qualcosa di insensato.
Apocalisse 6,9-10
Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”
Giovanni di Patmos fa un chiaro riferimento alla vita oltre la morte del corpo, quindi all’immortalità dell’anima dell’uomo. Nel suo scritto vediamo infatti le anime di quanti hanno subìto il martirio, chiedere a Dio di far giustizia del loro sangue sopra gli abitanti della terra.
Libro di Qoèlet
Ecclesiaste 3,19-20
Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.
Ecclesiaste 9,5-6
I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.
Le scritture sopracitate vanno riferite alla morte del corpo. In questo senso la sorte degli uomini e delle bestie è la medesima. In questo senso Qoèlet intende che i morti non sanno nulla e tutto per loro svanisce. Ma il medesimo afferma altrove: “E ritorni la polvere alla terra, com’era prima,
e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.” (Ecclesiaste 12,7) Come si è già detto inizialmente, anima e spirito sono sinonimi. Perciò, anche per Qoèlet, con la morte il corpo torna alla polvere mentre l’anima sopravvive. In Ecclesiaste non si fa ancora riferimento alla retribuzione per i giusti e per i malvagi (Luca 16,22-23).
In conclusione
L’anima dell’uomo è immortale, perciò sopravvive oltre la morte del corpo. Alla risurrezione dai morti (2Maccabei 7,9; Daniele 12,2; Giovanni 5,28-29; 1Tessalonicesi 4,13-14) l’anima di ogni uomo verrà riunita al proprio corpo col quale è una sola persona, affinché anche il corpo, nella vita eterna, possa partecipare al premio o al castigo meritato (Matteo 25,31-46), al quale le anime già ora partecipano.