I libri di Tobia, Giuditta, Sapienza, Maccabei (Primo e Secondo), Baruc e Siracide, fanno parte del canone biblico della Chiesa cattolica e sono spesso menzionati col termine « deuterocanonici » (che significa « secondo canone »), poiché approvati nel canone biblico successivamente rispetto ad altri libri. Furono i vescovi – dopo accurate analisi e sotto la guida dello « Spirito di Verità » (Giovanni 14,15-17) che assiste la Chiesa « tutti i giorni fino alla fine del mondo » (Matteo 28,20) – ad approvare la lista dei testi sacri da includere nel canone biblico. Fino alla venuta di Gesù Cristo gli ebrei possedevano due canoni della Sacra Scrittura, quello ebraico e quello alessandrino. Quest’ultimo fu tradotto in greco da settantadue ebrei della diaspora, i quali vivevano nella città ellenista di Alessandria, in Egitto. Questa loro traduzione dell’Antico Testamento è detta « Septuaginta » e contiene anche i sette libri sopracitati. Il canone biblico alessandrino fu accolto dagli ebrei fino alla seconda metà del primo secolo d.C. Nei loro insegnamenti Cristo e i suoi discepoli si rifacevano molto spesso alla Septuaginta, basti notare che nel Nuovo Testamento ci sono trecento citazioni prese da quei testi. Per qualche secolo gli ebrei avevano accolto la Septuaginta, ma se ne allontanarono verso la fine del I secolo, soprattutto a causa dei loro contrasti coi cristiani che utilizzavano anche quei testi per le loro dottrine. Così, verso la fine del II secolo, i rabbini fissarono ufficialmente il canone ebraico escludendo quello alessandrino. A differenza dei cattolici e degli ortodossi, i protestanti non accolgono come divinamente ispirati i libri sopracitati, anche perché non accettati dagli ebrei « ai quali furono affidati gli oracoli » (Romani 3,2). Ma bisogna dire che gli ebrei non accettano nemmeno i libri del Nuovo Testamento, e comunque Cristo stesso tolse loro le chiavi del regno per affidarle alla sua Chiesa, in particolare a Petro (Matteo 16,19) e ai suoi legittimi successori, i vescovi romani, ai quali è stato conferito il potere di sciogliere e di legare, quindi l’autorità di pronunciare giudizi in materia di dottrina e di prendere decisioni disciplinari. I protestanti si rifanno anche al fatto che alcuni Padri della Chiesa ebbero delle opinioni negative riguardo i sette libri sopracitati. Ma è vero pure che opinioni negative e dubbi vi furono anche riguardo sette lettere del Nuovo Testamento, e cioè la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo, la Seconda lettera di Pietro, la Seconda e la Terza lettera di Giovanni, la lettera di Giuda e l’Apocalisse. Queste furono inserite nel canone biblico successivamente rispetto ad altri libri, e quindi anch’esse possono essere considerate deuterocanoniche. Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265-339) affermava che tra i libri discussi v’erano la lettera di Giacomo, la Seconda lettera di Pietro, la Seconda e la Terza lettera di Giovanni, la lettera di Giuda e l’Apocalisse di Giovanni (Storia Ecclesiastica III, 25, 3-4). Il frammento di Muratori (secolo II-III) omette la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo e la Prima e la Seconda lettera di Pietro. Origene (185-253) menzionato da Eusebio, riteneva dubbia la Seconda lettera di Pietro e la Prima e la Seconda lettera di Giovanni (Storia Ecclesiastica VI, 25, 8.10). La Chiesa cattolica stabilì il canone biblico già nel IV secolo, col Decreto del vescovo di Roma – allora Damasio (era l’anno 382) – che include anche i sette libri deuterocanonici dell’Antico Testamento (Tobia, Giuditta, Sapienza, Baruc, Siracide e 1 e 2 Maccabei) e le sette lettere del Nuovo Testamento (Ebrei, Giacomo, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni, Giuda e Apocalisse). L’attuale canone biblico in uso nella Chiesa cattolica divenne ufficiale nel 1546, durante il Concilio di Trento (Diciannovesimo Concilio Ecumenico della Chiesa), con il decreto De canonicis Scripturis.
FORMAZIONE DEL CANONE BIBLICO NELLA CHIESA CATTOLICA – I LIBRI DEUTEROCANONICI