SE L’APOSTOLO PIETRO SIA MAI STATO A ROMA

Pietro fu per la prima volta a Roma intorno al 42, al principio del regno di Claudio (Storia Ecclesiastica II 14, 6) – probabilmente subito dopo la sua miracolosa liberazione dal carcere di Gerusalemme (Atti 12,17) – e fu vescovo della Chiesa di Roma per 25 anni, secondo quanto afferma Girolamo (Gli uomini illustri 1,1). Riportando la testimonianza di Papia vescovo di Ierapoli (70-130), lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea (265-340) dice che l’apostolo Pietro nomina Marco nella sua lettera che compose a Roma, città da lui stesso indicata, chiamandola in senso figurato Babilonia (Storia Ecclesiastica II, 15,2). L’apostolo scrive: « Vi saluta la Chiesa che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio » (1Pietro 5,8). Infatti nell’ambiente giudaico-cristiano, durante le persecuzioni, il nome Babilonia veniva utilizzato in senso figurato per indicare Roma. Nell’Apocalisse di Giovanni, per esempio, viene fatto uso del nome Babilonia in senso figurato, in riferimento all’antica città imperiale che fu fondata su sette alture, cioè Roma: Babilonia la Grande è seduta su sette colli (Apocalisse 17,5.9). Inoltre Giovanni scrive che questa Babilonia era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Apocalisse 17,6), e ciò a riferimento della Roma imperiale – divenuta simbolo del male – del tempo di Giovanni, la quale perseguitava i cristiani. Eusebio riporta inoltre – sempre secondo la testimonianza di Papia – che il vangelo scritto da Marco è una raccolta della predicazione di Pietro a Roma (Storia Ecclesiastica II, 15,1). Egli riporta anche la testimonianza di Clemente di Alessandria (150-215) il quale, allo stesso modo, afferma che quando Pietro predicò pubblicamente la dottrina a Roma e grazie allo Spirito Santo annunciò il vangelo, i presenti, che erano molti, pregarono Marco di mettere per iscritto le sue parole, giacché da molto tempo lo seguiva e ricordava ciò che diceva; ed egli lo fece, e trasmise il vangelo a coloro che glielo avevano chiesto (Storia Ecclesiastica VI, 14, 6). A Roma c’era una comunità ebraica di liberti, e certamente Pietro predicò a loro il vangelo. L’apostolo però non si stabilì a Roma senza mai muoversi di là. Roma è la sede apostolica, non la dimora. Infatti nel 48 Pietro lasciò Roma e partì per Antiochia, dove si scontrò con Paolo (Galati 2,11-14) a causa di certe questioni che portarono alla convocazione del Concilio di Gerusalemme (Atti 15,1-35). Alcuni anni dopo fece ritorno a Roma, rimanendovi fino al martirio avvenuto nel 67. Evidentemente Pietro non si trovava a Roma quando nel 57, da Corinto, Paolo scrisse una lettera ai Romani, ma vi fece ritorno in seguito, e per questo non viene menzionato nei saluti (Romani 16,3-15). Nel 110, durante il suo viaggio verso Roma per subirvi il martirio, Ignazio vescovo di Antiochia scrive una lettera ai Romani nella quale si legge: « Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io a tutt’ora uno schiavo » (Romani IV, 3). L’apostolo Pietro non scrisse alcuna lettera alla Chiesa di Roma, e ciò significa che egli aveva rapporti diretti coi romani e di persona impartiva loro dei comandi, altrimenti la lettera di Ignazio non avrebbe senso. Lo scrittore e teologo cristiano Origene di Alessandria (185-254), ripreso da Eusebio di Cesarea, afferma: « Pietro sembra invece che predicò ai giudei della diaspora nel Ponto, in Galazia, in Bitinia, in Cappadocia e in Asia; giunto infine a Roma vi fu crocifisso con la testa all’ingiù, poiché egli stesso chiese di subire tale martirio » (Storia Ecclesiastica III, 1, 2). Mentre Tertulliano (155-230) afferma che « Pietro battezzava nel Tevere » (Il Battesimo IV, 3). Nei suoi scritti Eusebio di Cesarea conserva una parte della lettera scritta nel II secolo da Diogini vescovo di Corinto: « Con una tale ammonizione voi [romani] avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacché entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo » (Storia Ecclesiastica II, 25, 8). Eusebio riporta anche la seguente dichiarazione: « Durante il regno di Nerone, Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dai nomi di Pietro e di Paolo, che sono ancor oggi conservati sui loro sepolcri in questa città » (Storia Ecclesiastica II, 25, 5). E subito dopo riporta la testimonianza di Gaio, un presbitero romano del II secolo, il quale in uno scritto contro Proclo, capo della setta dei Catafrigi, dice a proposito dei luoghi dove furono deposte le sacre spoglie degli apostoli: « Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli: se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa » (Storia Ecclesiastica II, 25, 6-7). Nel suo scritto Tertulliano dice che Pietro fu crocifisso a Roma sotto la persecuzione di Nerone (Scorpiace XV). Nei suoi scritti, Ireneo vescovo di Lione (130-202) – discepolo di Policarpo vescovo di Smirne (69-155) che a sua volta fu discepolo dell’apostolo Giovanni (secondo quanto scrive Tertulliano, fu proprio l’apostolo a mettere il suo discepolo Policarpo a capo della Chiesa di Smirne, “La prescrizione contro gli eretici XXXII”) – afferma che la Chiesa di Roma è stata fondata dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e che la sua tradizione apostolica è stata trasmessa per mezzo della successione dei suoi vescovi. E menziona la successione dei vescovi romani da Lino – che fu il primo successore dell’apostolo Pietro – a Eleuterio, affermando che con tale successione è stata conservata e trasmessa fedelmente dagli apostoli la stessa, unica vivifica fede (Contro le eresie III, 3, 2-3).

Pubblicato da Giuseppe Monno

Nella Trinità il Padre è l'amante, il Figlio è l'amato, lo Spirito Santo è l'amore.

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