Molti protestanti insegnano che non ci è lecito chiamare « padre » o « maestro » gli uomini sulla terra, poiché Cristo l’avrebbe proibito. Per comprovare ciò si rifanno a Matteo 23,9-10, spesso distaccandolo dal contesto. Ecco quanto dice il testo privo di contesto:
« Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo ».
Stando solo a quanto riportato sopra, i cattolici quando chiamano « padre » i preti fanno il contrario di quanto ha comandato Cristo. Ma prima di tornare sul racconto di Matteo, quello contestualizzato e non quello abilmente estrapolato, vediamo quanto è riportato anche dagli apostoli Paolo e Giovanni, dall’evangelista Luca, da Giacomo, e dall’autore della lettera agli Ebrei riguardo i titoli di « padre » e di « maestro ». Ecco quanto scrive l’apostolo nelle sue lettere: « Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù » (1Corinzi 4,15). « Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi » (Galati 4,19). « È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri » (Efesini 4,11). Paolo si ritiene « padre » in senso spirituale di quelle comunità cristiane, come è chiaro da ciò che si legge, e dice addirittura che Cristo stesso ha stabilito alcuni come pastori e maestri. Ciò dovrebbe essere in contraddizione col testo estrapolato da Matteo 23. E ancora: « E fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo hanno la circoncisione, ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione » (Romani 4,12). « E non è tutto, c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre » (Romani 9,10). Qui Paolo menziona I due patriarchi Abramo e Isacco utilizzando sempre il titolo « padre ». Noi chiamiamo « padre » e « madre » anche i nostri genitori, e certamente Cristo non ha abolito il comandamento che dice di onorare i genitori (Esodo 20,12; Deuteronomio 5,16). Ma vediamo cosa ci dice Giovanni: « Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate, ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto » (1Giovanni 2,1). Anche Giovanni come Paolo si ritiene « padre » in senso spirituale delle comunità cristiane a cui è rivolta la sua lettera. Negli scritti di Luca leggiamo: « Egli rispose: fratelli e padri, ascoltate » (Atti 7,2). Stefano, che parlava ispirato da Dio (Atti 6,10), chiamava « fratelli » e « padri » coloro coi quali stava discutendo. Nella sua lettera, Giacomo scrive: « Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? » (Giacomo 2,21). Mentre l’autore della lettera agli Ebrei: « Infatti, dopo tanto tempo dovreste già essere maestri, invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio » (Ebrei 5,12). Tornando sul racconto contestualizzato di Matteo 23, si comprende bene dal contesto dell’intero capitolo che Gesù stava dando una lezione agli scribi e ai farisei ipocriti di quel tempo. Quegli scribi e farisei non generavano nel cuore dei fedeli la vita divina. Contrariamente, i preti generano nel cuore dei fedeli la vita divina mediante la parola e i sacramenti istituiti da Cristo. Perciò chiamare « padre » o « maestro » gli uomini sulla terra non è affatto contrario alla parola di Dio.