Secondo la dottrina cattolica della transustanziazione, il sacerdote ministro del sacramento, che ha l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa nel celebrare l’eucaristia, e ripete le parole della consacrazione, fa sì che Cristo sia tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo, sangue, anima e divinità sotto l’apparenza del pane, e ugualmente sotto l’apparenza del vino. Sotto le apparenze del pane e del vino, Cristo è tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo glorioso con cui siede alla destra del Padre, ed è tutto e veramente presente anche in un solo minuscolo frammento. Ugualmente anche solo in una minuscola goccia di quel vino consacrato. Poiché Cristo ha offerto un corpo vivo, non dissanguato. Questo corpo vivo e unito a un anima spirituale, che è principio vitale del corpo. In Cristo, inoltre, la natura umana e la natura divina sussistono nell’unità della seconda persona divina della Trinità. Giustamente allora la fede della Chiesa crede che Cristo è tutto e veramente presente sia nell’una che nell’altra specie (cioè le apparenze del pane e del vino), ugualmente, con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. Cristo si fa tutto e veramente presente sotto ognuna delle due specie mediante le parole di consacrazione e per l’azione dello Spirito Santo, per cui tutta la sostanza del pane e del vino si converte nella sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. A questa conversione di sostanza è stata data il nome di transustanziazione. Il termine è ufficialmente confermato nel 1215, col Concilio Lateranense IV, ma adoperato già in precedenza. Dopo la consacrazione, del pane e del vino rimangono solo le specie, cioè le apparenze del pane e del vino, ma non la sostanza. Le apparenze del pane e del vino vengono mantenute nell’esistenza dalla potenza divina. La reale presenza di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino non dipende dalla fede e dalla santità del ministro, ma dal potere di celebrare l’eucaristia che Cristo stesso ha conferito ai dodici: « Fate questo in memoria di me » (Luca 22,19). A loro volta i dodici l’hanno trasmesso ai loro legittimi successori, i vescovi, e ai presbiteri loro collaboratori, e soltanto questi – se validamente ordinati, e agendo così in persona Christi e come strumento di Cristo – avendo l’intenzione oggettiva di fare ciò che fa la Chiesa, e ripetendo le parole della consacrazione pronunciate da Gesù nell’ultima cena: « Questo è il mio corpo (…) Questo è il calice del mio sangue », possono far accadere la transustanziazione. L’eucaristia nutre l’anima dei credenti con la grazia sacramentale. Tuttavia le specie consacrate mantengono, miracolosamente, la capacità di nutrire il corpo. La presenza di Cristo nel sacramento perdura finché sussistono le specie, e cioè finché non si corrompono nello stomaco. Perciò nella fogna non finisce la sostanza di Cristo come osano affermare i detrattori della fede cattolica. Noi cattolici adoriamo l’eucaristia perché sotto le apparenze del pane e del vino c’è Cristo, tutto e veramente presente con la sostanza del suo corpo e sangue e anima e divinità. La transustanziazione è simbolicamente prefigurata nell’Antico Testamento. Nel deserto, infatti, il Signore dava da mangiare al suo popolo pane al mattino e carne al tramonto (Esodo 16,12). Il passaggio pane-carne è prefigurazione simbolica della transustanziazione. Con la transustanziazione non si ripete il sacrificio di Cristo come se fosse una copia di quello originale che è unico e irripetibile. Con la transustanziazione viene perpetuato sull’altare, in modo non violento, l’unico e autentico sacrificio avvenuto sulla croce. L’unica ripetizione sta nel rito. Riguardo la transustanziazione, San Francesco d’Assisi diceva: « Gli uomini devono tremare, il mondo deve fremere, il cielo deve commuoversi, quando sull’altare fra le mani del sacerdote appare il Figlio di Dio ».
LA TRANSUSTANZIAZIONE