V. Non uccidere.
La pratica dell’aborto volontariamente procurato è un gravissimo peccato, una pratica immorale che si contrappone al quinto comandamento, e perciò fa parte del primo dei quattro gravissimi peccati che gridano verso Dio, e cioè l’omicidio volontario: « Il Signore Dio disse a Caino: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! » (Genesi 4,10). La voce del sangue di ogni figlio ammazzato nel ventre della propria madre grida verso Dio. I primi responsabili di questo orribile peccato sono la donna, se volontariamente e consapevolmente si sottopone all’aborto, e il medico che effettua l’aborto. Parte della responsabilità in misura maggiore o minore appartiene ai complici, ossia coloro che volontariamente vi prendono parte. La Chiesa cattolica insegna che « la vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente » (Catechismo 2258). Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae (Diritto Canonico 1398). L’aborto procurato è un abominevole delitto (Gaudium et spese 51). Nell’antico testo della Didachè, leggiamo: « Non uccidere il bimbo con l’aborto e non sopprimerlo dopo la nascita » (Didachè II, 2). L’aborto volontariamente procurato è un gravissimo peccato, ma non vi è peccato che Dio non possa perdonare a chi pentito riconosce la propria colpa e il bisogno del perdono divino.